29 marzo 2017

Ricordo di viaggio n° 3 - Il senso del tempo

Come se inaugurassi una rubrica.

Dopo il Ricordo di viaggio n° 1
e
il Ricordo di viaggio n° 2,
che ho scritto oggi,
mi va di riproporre un po' per volta quelle che mi sembrano le migliori pagine dei miei taccuini.

Il senso del tempo, appunto.

A seguire:
- il Ricordo di viaggio n° A (che sta a parte) Ilha do Mozambique
- il Ricordo di viaggio n° 4 - Cammina cammina
- il Ricordo di viaggio n° 5 - Boccone
- il Ricordo di viaggio n° 6 - Riso
- il Ricordo di viaggio n° 7 - Aeroporti 1 - Cotonou. Bonne arrivée
- il Ricordo di viaggio n° 8 - Qualcosa da raccontare
- il Ricordo di viaggio n° 9 - Burro di nak

Ricordo di viaggio n° 2 - La ragazza dalla faccia di luna

"La conversazione scivolò verso le droghe e il ragazzo raccontò che aveva preso l'epatite a Phuket perché si era bucato con un ago infetto. Da allora non si era più bucato e a Koh Samui aveva trovato la pace che precede il trovare se stesso". Manuel Vazquez Montalban, Gli uccelli di Bangkok, Feltrinelli 1992 - traduzione Sandro Ossola - pagg. 247-248).

***

Avevamo appuntamento a Bangkok, alma mater compresa, per partire quasi subito per il mare. Avevamo scelto Koh Samui perché si era ad agosto e dall'altro lato della penisola i monsoni imperversavano.

Su Koh Samui si dicono e si leggono circa le stesse cose che si leggono su Phuket. Circa. E a dispetto di Montalban. È certo che anche a Koh Samui si può trovare una donna, un ragazzo, una bimba e qualsiasi stupefacente in vendita a qualsiasi angolo.

Per questo avevo cercato con cura un albergo adatto a una tranquilla famigliola completa di nonna e nipote treenne. Con una di quelle idee delirio che a volte mi colgono, al contempo, volevo seguire pure le tracce di Montalban.

L'hotel di cui parlava Montalban, lo sapevo già, non era lontano dall'aeroporto, dunque a tiro di voli rumorosi (sono certa ne parli anche lui negli "Uccelli di Bangkok", ma, magari, ricordo male). In compenso era figo, adatto alle famiglie, con bungalow in muratura, ristorante, spiaggia, piscina e chi più ne ha più ne metta. L'albergo-manna, insomma. Anche un po' albergo-mamma, a dirla tutta.

E noi eravamo una famiglia. Di pasha: il cucciolo di donna veniva a svegliarci ogni mattina e cinguettava allegramente durante tutta la colazione in italiano. Poi negoziava per noi il prezzo di un massaggio sulla spiaggia in thailandese.

Infine si faceva dipingere le unghiette dalla massaggiatrice che aveva un debole per la piccola franco-italiana che parlava la sua lingua.

Giocavamo tra le onde lanciandoci la piccola che gorgogliava beata. A un certo punto, un certo giorno, l'ho pure mancata e l'ho estratta dal mare tirandola per la treccia. Münchhausen ci fa un baffo. A me e alla piccola, dico.

Facevamo gite, uscivamo per cena, prendevamo il sole e così via. Talvolta, almeno una, cenavamo in albergo.

***

Cena. In albergo. Al tavolo di fianco una ragazza. Quasi bambina. L'avevamo già vista vagare durante il giorno. A volte insieme a un ragazzo, a volte sola. Nel pomeriggio il ragazzo era venuto sulla spiaggia chiedendoci informazioni sui massaggi: aveva un mal di testa epocale.

Dicevo: la ragazza l'avevamo già incontrata. Un paio d'ore prima era al bar, per esempio, lo stesso nostro, quello dell'hotel, quello nel quale avevamo istruito la barmaid sui misteri del Negroni.
Beveva Coca Cola, lei. A differenza di noi. Però, tra le chiacchiere, aveva mostrato la lingua e il bel rombo azzurro chiaro che vi aveva posato poco prima.

Comunque, la ragazza, la nostra, la ragazza dalla faccia di luna, quella di cui parlo, era al ristorante dell'albergo. Al tavolo accanto al nostro. E stava stregando una signorina londinese dall'aria indiana. "Gorgeous, you know? il mio fidanzato è ricchissimo. Bisogna che organizziamo. Ma certo, veniamo a trovarti". "...". "Certo, idea geniale. Ma sì, ti dico, è ricco, si fa si fa".

L'indomani era un 29 luglio. Lo so. Perché lo so. E il perché tra poco sarà evidente.

***

La nonna, la mamma, il papà, lo zio, la zia e la bambina sono distesi sui lettini in spiaggia, proprio davanti all'albergo. L'ora non la ricordo, confesso.
Quel che ricordo è un casino infernale. Non rumore. Solo gente che va e viene. Polizia.
Ci alziamo tutti.
E quel che vediamo ci gela.

Quattro uomini e una barella. Di quelle avvolte nelle plastiche che si usano per i morti. Esce dalla camera dei ragazzi. Lui non si vede. Lei neppure. Ma senza che nessuno abbia bisogno di dirlo ad alta voce sappiamo tutti che sotto la plastica c'è lui.
Casino.
Rumore.
E il macabro corteo se ne va.

Vagamente vediamo la ragazza. Sta parlando con la polizia, con dei poliziotti, con qualcuno in uniforme.

Poi qualcuno arriva a dirci che va tutto bene. Un incidente. Non so. Sono vaghi e si vogliono rassicuranti.

Non ricordo che altro si faccia.

So che la notte che segue il trasporto del morto non riesco a dormire. Mia madre neppure. Non penso al ragazzo, penso a lei. La immagino, la ragazza dalla faccia di luna, in una prigione thailandese, sola e in lacrime e. E non dormo.

Poi, la mattina dopo, come sempre, andiamo a far colazione. Vado alla reception in cerca di notizie e incontro la ragazza dalla faccia di luna. Le chiedo se ha voglia di mangiare qualcosa con noi. Chiede il permesso alla signorina della reception (che poi è la barmaid citata sopra). Non pensavo fosse una guardia, ma, in ogni caso, evidentemente, deve dar conto dei movimenti della ragazza dalla faccia di luna.
La signorina della reception abbassa la testa, assentendo. E la ragazza dalla faccia di luna, la ragazza del ragazzo morto, il suo ragazzo ricco, tossico e con il mal di testa, mi segue. Ordina una Coca Cola e si sfoga. Il suo ragazzo è morto il giorno del suo - di lei - compleanno. "Ma ti rendi conto che cazzo di regalo mi ha fatto? Fuck: è morto. Il giorno del mio compleanno".

Sono norvegesi, ci dice. Erano qui a festeggiare il compleanno di lei (il 20esimo? o il 19esimo? Una cosa così. Un compleanno che segue di poco quello della maggiore età), forse. O forse questo particolare lo sto inventando.

Domani saranno rimpatriati. Lei e il suo ragazzo morto.

Mia madre e io, forse neanche tanto segretamente, tiriamo un sospiro di sollievo.

Poi la ragazza dalla faccia di luna ringrazia e se ne va.

Qualche ora dopo arriva la torta per il compleanno della nipotina: 29 luglio, il suo compleanno. Siamo tutti attorno a lei, le candeline sono accese, quando la nipotina chiede: "Et ma copine?". È poco distante la sua amica, la ragazza dalla faccia di luna, ma piange.

"Non ora".



Come il ricordo precedente, questa è una storia che non avevo mai scritto prima. Non si trova da nessuna parte, neppure nei miei taccuini. Eppure è una storia alla quale penso spesso. E non l'ho neppure scritta tanto bene.

Ci fu un tempo in cui la mia sorellina, mio cognato e la mia strepitosa nipotina vivevano in Thailandia.

Questa storia risale a quel tempo. Lontano.

Ricordo di viaggio n° 1 - Occhi d'anice

Una volta su un'isola vulcanica di cui non rivelerò il nome, in mezzo a un Oceano il cui nome non importa, viveva un signore francese. Il fatto che fosse francese è un dettaglio, ma non del tutto trascurabile, come si vedrà.
Visto che il signore è - o era - francese, lo chiameremo, del tutto arbitrariamente, Marcel. Arbitrariamente perché, per certo, Marcel non è - o non era - il suo vero nome.

Marcel viveva sull'isola da svariati lustri. Decenni non si sa, per questo si parla di lustri. Insieme alla moglie aveva aperto una locanda (un albergo, ma di montagna, proprio alle pendici del vulcano). Poi le cose si erano complicate: la moglie si era innamorata di un altro, aveva aperto una nuova locanda non distante dalla prima e, probabilmente, viveva felice e contenta alle pendici del vulcano.

Marcel quasi ogni giorno in tarda mattinata, ovvero tutti i giorni in cui c'erano turisti appiedati in arrivo, scendeva con il suo gippone in paese per andare a cercare gli ospiti e ritirare la spesa eventuale. Una volta depositati i turisti alla locanda si sedeva al tavolo grande con vista sul giardino e ordinava un pastis.
Poi cominciava a intrattenere ospiti e locali, raccontava l'ultimo libro che aveva letto, dissertava di politica internazionale, spiegava il vulcano, il vino e il pastis. E se ne versava ancora.

A volte cominciava a giocare a carte con gli amici. Altre volte qualche ospite o qualche amico lo accompagnava sulla via dell'anice, ma anche i più coriacei dopo un paio di pastis si fermavano. Non Marcel.

Al momento del terzo pastis, dopo le due, le tre del pomeriggio, chiedeva da mangiare. In genere prendeva il piatto del giorno, tanto più che alla locanda si mangiava benissimo e Marcel, ne sono certa, si fidava ciecamente della cuoca.
Arrivato al quinto pastis anche Marcel aveva la bocca impastata, ma trovava ancora il modo di disquisire di Carrère o Littell (quest'ultimo particolare è inventato, non ricordo di che scrittori parlammo, così ci metto i miei idoli del momento).

Dopo il sesto pastis, verso le quattro e mezza o le cinque, Marcel si ritirava nella propria camera a leggere o a meditare o semplicemente a dormire e non ne riemergeva fino alla mattina dopo, quando la sua vita riprendeva secondo il medesimo schema.

Marcel non sembrava felice. Però, mi chiedo ora, la sua era davvero una vita così brutta?








(Nota: l'immagine, che potrebbe essere protetta da diritti d'autore, ma non ne ho trovato traccia, l'ho presa qui http://www.getkempt.com/article/a-summer-drink-you-should-know-and-love-pastis)

25 settembre 2013

Boccone numero quattro


“Flauti, timpani, sitar; si direbbe anche carillon di campane e gong argentini che ritmano la melodia in sordina”. Stavo leggendo “Un pèlerin d'Angkor” di Pierre Loti mentre ero là e a ogni capitolo sottolineavo intere frasi: qualcosa di quel che lui vide, più di cent'anni fa, nel 1901, sembra essere ancora qui. Come questa musica, che ci accoglie all'ingresso di quasi tutti i templi di Angkor. A suonarla musici vittime delle mine, come in questo video.

(foto di Jaroslav Poncar, Preah Khan, "Dancing in the Rain", 1994)

prova: qualcos'altro si trova qua. gentilmente qualcuno potrebbe farmi sapere se il link si apre? grazie

17 settembre 2013

Boccone amaro (numero tre)

Ieri mattina, tra i titoli di Le Monde, ne ho trovato uno che mi ha dato la pelle d'oca. Diceva: "Opposizione in Cambogia" e proseguiva: "Un uomo è stato ucciso e diversi altri feriti domenica sera a margine di una grande manifestazione d'opposizione a Phnom Penh, segno di una tensione crescente attorno al risultato contestato delle elezioni legislative".
La storia è complessa e il mio riassunto estremamente impreciso, comunque il partito al potere è lo stesso dal '93. L'opposizione cresce, ha guadagnato seggi, ha, forse, perso le ultime elezioni, ma contesta i risultati elettorali. La tensione, ad agosto, quando eravamo in Cambogia, covava sotto la cenere. Ora, dopo la proclamazione dei risultati elettorali, si infiamma.
Così provo ad avere notizie da Phnom Penh. Eccole: "effettivamente il clima è un po' teso, domenica molte strade erano chiuse, filo spinato e barricate avevano preso posto lì, dove il giorno prima c'erano i piccoli venditori o i conducenti di motodop. Due giorni prima dell'annunciata manifestazione (autorizzata sino alle 18h00) due o tre ordigni sono stati trovati e fatti esplodere in punti simbolici della città (Wat Phnom, Palazzo reale, nella foto, tesoro pubblico).... opera degli attivisti di Sam Rainsy (capo dell'opposizione, n.d.v.) o opera machiavellica del Sig. Hun Sen (capo del governo, in carica dal '98 e, precedentemente, già primo ministro a due riprese, nel 1985 e nel 1993, sempre n.d.v.), che cosi potrà poi giustificare l'aggressivo intervento della polizia durante le manifestazioni? Domenica è stata una brutta giornata, la gente ha avuto paura prima ancora che qualcosa di brutto succedesse. Ed evidentemente a ragion veduta. Immagina che su una trentina di dipendenti, al lavoro ne sono venuti 2, soprattutto perché i genitori, memori di ben altre elezioni e ben altri scontri, hanno fatto grosse pressioni perché i loro figli restassero chiusi tappati in casa. Insomma, alla fine ci è scappato pure il morto.

"Ieri mattina, è stato raggiunto un accordo di principio su 3 punti fondamentali:
- rispettare la lettera del re su una risoluzione non violenta della situazione
- riforma elettorale per le prossime elezioni (e Hun Sen se la rideva sotto i baffi, nel frattempo, secondo me... "sì sì, fra 5 anni, ecchisssene, qualcosa troverò...")
- continuare a negoziare per risolvere la situazione nazionale.
"Insomma, a mio avviso, 3 punti del cavolo, visto che il motivo del contendere era il risultato elettorale... ma a quanto pare è bastato per eliminare i posti di blocco, barricate e fili spinati dalla città".

Qui un video del Phnom Penh Post (in inglese)

Qui invece il pezzo di Le Monde (che ho lasciato in francese, caso mai lo tradurrò, sul numero del 20 settembre, uscito cioè nel pomeriggio del 19):


Au Cambodge, la crise postélectorale perdure

L'opposition accuse le pouvoir de lui avoir volé sa victoire aux législatives du 28 juillet
Après la confrontation, la négociation. Dimanche 15 septembre, une manifestation de l'opposition cambodgienne contre les fraudes supposées du pouvoir lors des législatives du 28 juillet, a dégénéré, à Phnom Penh, en violences avec les forces de l'ordre. Un manifestant a été tué par balles.
Lundi 16 septembre, les deux acteurs principaux de la crise se sont rencontrés avant de s'entretenir de nouveau mardi 17. Hun Sen, premier ministre depuis vingt-huit ans, a dialogué avec son rival Sam Rainsy, chef de file du Parti du sauvetage national du Cambodge (CNRP) et ancien ministre des finances, éduqué en France.
A l'issue de ces entretiens, la voie vers un compromis semble désormais acquise. " Nous sommes près de trouver une solution ", a déclaré Yim Sovann, porte-parole du parti de Sam Rainsy. Il a cependant ajouté que d'autres discussions seraient nécessaires pour parvenir à un accord avant que le nouveau Parlement issu des élections se réunisse au début de la semaine prochaine.
Prak Sokhon, porte-parole du Parti du peuple cambodgien (PPC), la formation du pouvoir, a de son côté estimé que les deux parties allaient " trouver le chemin d'une résolution commune " pour mettre fin à la crise. La difficulté réside cependant dans le fait que Hun Sen est opposé à la mise sur pied d'un " comité de recherche de la vérité " dont le but serait d'enquêter pour déterminer l'ampleur des fraudes ou des manipulations préélectorales, dont Sam Rainsy accuse le parti au pouvoir de s'être rendu coupable. L'opposant menace de boycotter la première réunion du Parlement tant que la question des fraudes n'aura pas été abordée.
Même si l'on ne prend pas en compte ces " manipulations des listes électorales " alléguées par l'opposition, le résultat du scrutin de juillet a marqué un tournant dans l'histoire récente du Cambodge. Selon les résultats officiels, le PPC a remporté 68 sièges, soit 22 de moins que lors des précédentes législatives. Le parti du premier ministre ne dispose plus d'une majorité des deux tiers au Parlement. Dans le système cambodgien autoritaire à la façade démocratique, la marge de manoeuvre politique de Hun Sen s'en trouve considérablement diminuée.
Sam Rainsy, quant à lui, revendique 63 sièges (contre 55 d'après les résultats officiels), correspondant à une majorité qui lui permettrait de former un gouvernement. L'opposition a lancé au début du mois une série de manifestations pacifiques qui ont débouché pour la première fois, dimanche, sur des violences. Aux jets de pierres des manifestants, la police a riposté avec des gaz lacrymogènes et, selon l'opposition, des tirs à balles réelles qui ont tué un protestataire.

Elite corrompue
Mercredi, le roi Sihamoni, qui maintient habituellement un profil bas - il est en théorie le chef de l'Etat mais son rôle est honorifique -, est entré dans la joute politique. Dans une lettre adressée aux 55 députés de l'opposition, il leur a demandé de lever leurs menaces de boycottage du Parlement au nom de l'" unité nationale ". " Je voudrais demander à Leurs Excellences d'assister à la première réunion de l'Assemblée nationale dans le but de démontrer l'unification nationale et l'unité - du pays - ", a écrit le roi.
La percée de l'opposition n'est pas surprenante. La moitié des Cambodgiens ont moins de 25 ans et n'ont pas connu les horreurs du régime khmer rouge, dont Hun Sen est issu. Après avoir s'être rallié aux Vietnamiens qui envahirent le Cambodge en 1979 pour mettre fin au pouvoir génocidaire de Pol Pot - qui provoqua la mort d'au moins 1 800 000 Khmers -, l'actuel premier ministre s'est bâti une image de sauveur. Celle-ci est donc électoralement moins payante parmi les jeunes et les classes moyennes urbanisées. Même s'il est avéré que l'ère politique de Hun Sen a apporté au pays une certaine prospérité et une hausse du niveau de vie global du pays.
Le pouvoir de cet indéboulonnable premier ministre s'appuie en partie sur une élite souvent corrompue, et l'enrichissement de cette dernière provoque une fracture sociale qu'un nombre croissant de Cambodgiens ne sont plus prêts à accepter. Disparités des revenus entre nouveaux riches liés au pouvoir et monde rural, paysans chassés de leurs terres au nom du développement de projets immobiliers emmenés par des promoteurs sans scrupule, tout cela a pesé sur les mauvais résultats relatifs du PPC.
Hun Sen, pourtant, ne désarme pas. Son récent souci de compromis n'est pas un aveu de faiblesse. L'homme sait jouer habilement de la force, mais aussi de la souplesse quand celle-ci est requise. De son côté, Sam Rainsy a beau multiplier les déclarations laissant entendre que le " peuple " résistera à ce qu'il appelle la " confiscation " de sa victoire par le pouvoir, l'homme sait aussi se montrer pragmatique. Les jours prochains vont montrer si les compromis annoncés seront réellement suivis d'effets.
Bruno Philip

© Le Monde



P.S. altri bocconi in Asian Times

14 settembre 2013

Boccone numero due (non precisamente allettante)


"E di cosa sa il pipistrello?"
"Mmmmh, difficile dirlo. Buono. Assomiglia un po' al ratto", dice la nostra guida alle grotte di Vang Vieng (nella foto l'ingresso alla più bella, quella in cui si entra accoccolati in una delle camere d'aria in primo piano).
Come dire che così non ne sappiamo granché di più. Ma forse è la domanda che è stupida.
In ogni caso la risposta non mi ha precisamente fatto venire voglia di assaggiare il pipistrello.

13 settembre 2013

Luoghi del cuore – Cambogia e Laos a pezzi e bocconi

Boccone numero 1 - Riso


“I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano germogliare e i laotiani lo ascoltano crescere”. Il detto viene dagli occupanti francesi e si sa quanto male abbia fatto la Francia all'Indocina, dunque chi vi senta un retrogusto di sprezzo suppongo non abbia torto.
“Cambogia Laos same same” ci ha detto dal canto suo Rattana, il nostro conducente di tuk-tuk preferito in quel di Siem Reap, la città vicino ai templi di Angkor.
“Same same”, ma con quella piccola differenza: i cambogiani guardano germogliare il riso e allargano un grande sorriso a coprire tutte le urla del silenzio che vorrebbero smettere di sentire, mentre i laotiani, uomini come donne, sembrano tante Monna Lisa. La loro è solo l'ombra di un sorriso e non fa alcun rumore.


(nella foto: il tuk-tuk di Rattana, davanti a un ristorante nei pressi dei templi di Angkor)

06 settembre 2013

My TripAdvisor

In attesa di decidere se pubblicare o meno un nuovo diario di viaggio (in questo caso si tratterebbe di Laos e Cambogia), ho deciso di inaugurare un post-rubrica (riuscissi a farne una pagina a parte sarebbe meglio, ma non riesco, perciò vi prego di essere clementi).

Ed ecco
le dritte di virginie

Phnom Penh

The Pavilion Hotel (il mio passaggio: agosto 2013).


Quasi perfetto. Una bella casa coloniale nascosta in fondo a un giardino con piscina e ristorante. E un altro paio di costruzioni nascoste, con bagni e docce comuni destinati a chi sta in piscina, e una parte delle camere. L'accoglienza è perfetta: succo di zenzero e gel-dolcetto non meglio identificato più massaggio gratuito di 25 minuti a piedi e gambe. Le signorine che si avvicendano alla reception parlano tutte un ottimo inglese e la manager, tadjika, è una signora squisita. Sembra quasi un matriarcato e funziona benissimo. Le camere sono curate, pulitissime etc.
L'unica cosa strana è che le camere standard (a 60 $) sono meglio delle superior (a 75 $). La nostra standard, la 3 (è quella della foto, ma abbiamo dormito anche in una superior, dunque posto con cognizione di causa) era pressoché perfetta (dietro la reception, ancora più lontana dalla strada, ancora più "strana oasi" a qualche centinaio di metri dal Palazzo Reale di Phnom Penh).


Le prime due dritte di virginie si trovano qui.

19 settembre 2012

Qualcosa da raccontare

Tra i tanti italiani incontrati a Capo Verde (vedi sotto), ce n'è almeno una che sfugge ai cliché, Xxxxxx. Non so se le farebbe piacere essere citata da me, dunque cercherò di renderla scarsamente identificabile, comunque è la persona che ci ha fornito il supporto logistico su Capo Verde. Efficientissima e impagabile. Una cosa così (ho cancellato tutto quello che potrebbe contribuire a identificarla con certezza. Almeno spero). "Eccola. Arriva con la colazione. Rapida e travolgente. Esempio di italiano all'estero assai diverso dal Yyyyyy (già incontrato a Praia. Di lui non parlerò, n.d.r.). A quanto dice la scelta di Capo Verde, dove è arrivata con un marito e un figlio piccolo, 12 anni fa, è venuta dall'amore per l'Africa – e dal complesso dei bianchi, dalla volontà di aiutare etc. - ma ora sembra disillusa. Si capisce che ama questo luogo, ma parrebbe stare qui soprattutto per il clima. E non si occupa più di uomini – pare in fondo non ne siano degni, dal suo punto di vista – ma di animali. Ché quelli sì non si meritano il male che facciamo loro. Mi è simpatica: mi aspettavo una ragazzina scioccamente animalista e mi trovo di fronte a una donna travolgente e consapevole. Dispiace la disillusione, ma già la conosco, la si incontra sempre tra gli italiani che si occupano d'Africa. Chissà se succede anche altrove (oddio, Yyyyyy a parte, naturalmente: lui perquisiva ogni mattina tutto il personale - prima che lasciasse il lavoro - pure in America Latina)".

Per lei (o, meglio, per il suo sito) avevo scritto quel che segue. Non deve esserle piaciuto perché il post non è stato pubblicato e lei non ha mai risposto alla mail che le ho mandato. Amen.

“Ci metti un po'. Poi ti ricordi che a Ponta do Sol ti lasciavi cullare dalle onde dell'Oceano. E che a Mindelo il non far niente era dolcissimo. E funziona: d'un tratto, senza che tu sappia perché, Capo Verde ti ha catturato”. Così pensavo sul taxi che mi portava all'aeroporto Cesaria Evora di Mindelo, ma mi stavo autoingannando: l'ho scoperto a Fogo perché Capo Verde.
Sarà l'energia tellurica, chi lo sa. Le dieci isole che formano l'arcipelago sono tutte di origine vulcanica, certo, ma solo Fogo è un vulcano. Attivo, per giunta: l'ultima volta che si è espresso con colata disastrosa è stato nel 1995 e la volta precedente fu nel 1951. Non tanto tempo fa. In termini umani, intendo, ma ancor più in termini planetari.

Sta di fatto che a Fogo tutto è più: più forte, soprattutto. Lo si capisce subito, dall'arrivo nel capoluogo, São Filipe. Qui persino le donne sono più belle. E São Filipe è proprio carina, molto più gradevole delle città e dei villaggi che abbiamo visto finora, con il suo saliscendi di strade di pietra (nota 1, vedi sotto) e con questa pousada d'altri tempi, il Bela Vista, con le più belle e candide lenzuola che abbia mai trovato in una stanza d'albergo. Una casa della nonna con centrini, ricami, etc., il pavimento lustro da sembrar bagnato. E senza odore di chiuso.

La certezza, però, arriva quando si sale nel cratere (a Chã das Caldeiras, nella foto in veduta aerea), all'interno del quale sorgono alcuni piccoli villaggi: la magia è ovunque. Quasi troppa. Alloggiamo al Pedra Brabo, “pietra selvaggia” in creolo, a detta del patron francese. E già durante la passeggiata lungo la colata del '95 siamo stregati dall'estraneità lunare del paesaggio, dalle coltivazioni, dalle creste delle cime attorno. Ecco, cime: il pico de Fogo, cioè la cresta del cratere, sarà lì che andremo l'indomani.

Alle sei del mattino si parte, dunque sveglia alle 5.30. Ops, la luce non c'è. Già, che fessi: il generatore del Pedra Brabo è in funzione dalle 7 alle 11 di sera circa. Ergo adesso no. E noi, ormai completamente stralunati, ti pare che abbiamo una pila? 18, comprese quelle da testa, ma tutte rigorosamente a casa. Ci resta l'iPhone, anzi l'iTorche (giuro, si chiama proprio così), che, a dispetto del nome orrendo, supplisce egregiamente.
Le signore del Pedra Brabo ci hanno preparato tutto: le bottiglie d'acqua e i panini per la salita, nonché la colazione, succo, caffè, banane, pane, burro, marmellata e formaggio. Peccato Carlito inghiotta a malapena il caffè e io poco più.
Alcindo, la nostra guida, è puntualissimo e noi pure. Attraversiamo il villaggio e ci mostra tutto, dalla scuola alla cooperativa vinicola (nata grazie alla Cooperazione italiana. Qui nasce il miracolo dello Chã de Fogo: il rosso è discreto, ottimo se si considera che è fatto ai tropici, ma il bianco è una favola. Uve turriga il primo, moscato il secondo). Poi passa a raccontarci le piante, la lava, il vulcano etc. etc. Infine si comincia a salire.

Per fortuna ho avuto il buon gusto di evitare orecchini, anelli e braccialetti. Sono certa di essere abbastanza ridicola così, con i miei occhiali da sole a farfalla e le Converse. E arranco. Quasi subito. Cammino piano che più piano non si può e mi fermo ogni 10/15 passi. Continuo a ripetermi: “un passo dopo l'altro, un passo dopo l'altro”. Dopo un paio d'ore siamo appena a metà salita. Ci fermiamo a riposare e il paesaggio è allucinante di bellezza.
Un'ora dopo ancor di più. Qui comincia il difficile, però. Più che salire, mi arrampico: l'ultima parte è una pietraia. Diventa più complicato dire a me stessa “un passo dopo l'altro”. Ma come, se il ritmo è rotto da sassi, pietroni, similgradini e nessun passo è uguale al precedente? Comincio a maledirmi, ma chi me le fa fare 'ste cose? Io sono una fighetta milanese cinquantenne (oddio, forse una carampana milanese cinquantenne), che diavolo ci faccio abbarbicata a una roccia a 2500 metri d'altezza sul Monte Fogo a Capo Verde? Mi do dell'idiota. Mi fermo ogni 3 o 4 passi. Comincio a dire persino a Carlito e alla guida che non ce la farò mai.
C'è una cosa che mi stona, però: ho fatto un patto con me stessa. Una, due o tre ore fa, non so più. Se ho anche solo il sospetto di essere sul bordo delle lacrime, torno indietro. Ma ho il ciglio asciuttissimo.
Però arranco. Bestia, se arranco. Ci hanno già superato tutti i turisti, in questa salita. Di tutte le nazionalità. Forse per questo Alcindo ha un guizzo d'orgoglio e, vedendo arrivare a passo di stambecco due giovani francesi con la loro guida, dice: “dai, dai, dai, loro non ci devono superare”. L'ultimo sforzo non mi sembra neanche tanto “sforzo”. Siamo in cima. 2700 metri. Peccato che io faccia fatica a guardare dentro il cratere e pure a guardare la strada percorsa: dalla cresta del Pico de Fogo ho le vertigini. E sono furibonda.
Con me stessa perché che ci fa una che soffre di vertigini sulla punta di un vulcano? E perché mi ostino a fare cose che non sono capace di fare. E perché ogni volta dico che è l'ultima e ogni anno ricomincio. Con il Carlito, che è tutto allegro, ha fame – così mangiamo i panini – e continua a dire “visto che ce l'hai fatta?” “brava”, etc. Digrigno i denti e mugugno “non è mica finita: bisogna ancora scendere”. Però, poi, per fortuna, scendere, una volta superata la scarpata, è una festa: si cammina sulla pozzolana vulcanica (una cosa che sta tra cenere, sabbia e ciotoli, nera) sempre più da paesaggio lunare, un po' come astronauti, a grandi balzi di tallone, scivolando scomposti come burattini senza fili.
Alla fine, lo so, tra due-tre giorni o magari tra una settimana, mi sarà rimasto negli occhi lo straordinario paesaggio che ho visto da 2000-2100-2200-2300-2400 metri e nient'altro. E già potrò cominciare a pensare che, beh, forse, magari, se ricapitasse. Forse, però, si chiama masochismo.

In ogni caso, mentre salivo, d'un tratto mi sono risposta: perché lo faccio? Per avere qualcosa da raccontare”.


Nota 1: A Capo Verde la stragrande maggioranza delle strade sono una meraviglia lastricata. Ovunque. Pure a Santiago, l'isola più grande, dove c'è la capitale. Le più belle strade dell'arcipelago, tuttavia, sono senza dubbio quelle dell'isola di Santo Antão. Cioè la Corda, un'incredibile strada-canyon, con ribeiras verdi e strapiombi sull'Atlantico – onde onde, niente da dire – tra l'orribile Porto Novo e la finis terrae di Ponta do Sol; la strada-sentiero che scende dal cratere del monte Cova e la strada di pietra a picco sul mare intagliata nel crinale della montagna tra Ponta do Sol e Cruzinha.


P. S. Un grazie tardivo ai due angeli che mi hanno sopportato e supportato: Alcindo e – soprattutto – il mitico Carlito.

Secondo P. S. Mosche. Quando facciamo il giro della colata del '95, mentre saliamo sul Pico de Fogo – noiose, invadenti, ronzanti e, soprattutto, tantissime. Si posano a decine sugli zaini e si fanno trasportare da noi, le pigrone. E naturalmente ci circondano mentre beviamo una birra o un copo de vinho. Per fortuna con il calare della sera, come è d'uso, scompaiono.
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