31 ottobre 2007

Ultimo giorno a Katmandu (12 gennaio 2006)

Mi cola il naso perché mi sono buscata il raffreddore o perché sono sull’orlo delle lacrime? Mi strappa il cuore andarmene. E non è perché lascio mia sorella o mia nipote. Piuttosto perché, probabilmente, non vedrò mai più Katmandu. Ho appena fatto colazione, come quasi ogni giorno in questa breve vacanza di gennaio e pure la scorsa estate, al New Orleans Café. Casa mia, praticamente: un posto che non c’è bisogno di fissare nella memoria perché ha lasciato da tempo una traccia indelebile dietro i miei occhi, mi basta chiuderli per vedere ogni tavolo, ogni mattone, ogni finestra e, soprattutto, ogni volto. Qui tutti mi conoscono, dal padrone ai gestori ai camerieri (pure qualche altro avventore abituale, ma quello non conta), tutti ricambiano i miei sorrisi, persino il cameriere triste, quello che una volta ci ha mostrato le foto dei suoi figli, e ho la presunzione che quando dopo il namaste lanciano il consueto “how are you” non sia solo buona educazione. Mi sono mancati in questi mesi, da agosto a ora e, ormai, è probabile, continueranno a mancarmi per sempre.
Io sono pazza di Katmandu, mi è piaciuta la prima volta che l’ho vista cinque anni fa, quando non avrei mai potuto immaginare che venisse a viverci, seppure solo per un anno, la sorellina. E mi piace ancora più ora, che ho imparato a lasciarmi andare al suo ritmo lento che forse è proprio degli indù e forse è solo relax personale. Mi piace tutto, Thamel, che ormai conosco bene, ma anche Maharajgunj e la via delle ambasciate che non ricordo come si chiama. Per non parlare della valle, che è una collana di perle patrimonio dell'umanità. O di Bouddanath, l’enclave tibetana con il più noto stupa del Tibet. Ormai, dopo aver amato Bouddanath, mi commuovo alla vista di uno stupa qualsiasi. Questa è la vecchiaia, però, non la nostalgia.
Non sono ancora partita e già la rimpiango. Forse perché ho paura che questo sia davvero un addio.
Namaste e donnebat, Katmandu.


(nella foto: l'immagine del grande stupa di Bouddanath che, da allora, vive nel mio cellulare)

1 commento:

bonaventura ha detto...

gli addii sono quasi sempre detestabili, rare volte un sollievo, sempre un'emozione. sembra uno slogan pubblicitario, anche questa è vecchiaia? comunque, meglio commuoversi e assorbire indelebilmente. ciao tesoruccio.

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