15 gennaio 2007

12 agosto 2006 - Secondo giorno a Trinidad: que viva musica


Replay. Ciondoliamo pigri per le strade di Trinidad. Perla di Cuba, prediletta dall’Unesco e decantata da tutti. Carina, decisamente carina, “pero nada mas” secondo Pinocchietto e la sottoscritta. In Plaza Mayor l’effetto cartolina è garantito da una bella sposa biancovestita che posa per le foto, sola o accompagnata, dentro, sopra, accanto a una Chevrolet rossa. Liberarsi della piccola si rivela missione impossibile, mentre visitiamo uno dopo l’altro i palazzi della piazza, lei, inesorabile, staziona ora qui ora là e continua a farsi fotografare, al sole, all’ombra, nei giardini.
Più tardi Pinocchietto e io decidiamo di partire in esplorazione della valle de Los Ingenios, che altro non sono che gli antichi zuccherifici. Seguiamo i cartelli e ci ritroviamo a fine giornata in una sorta di bar, sfornito e quasi chiuso, in posizione belvedere, da cui si vede benissimo tutta la valle ma non si intuisce neppure uno zuccherificio d’epoca. In compenso la nostra bella è ancora là, con l’abito del dopo cerimonia ora, a farsi fotografare con il panorama sullo sfondo.
Rientrando ci fermiamo a chiacchierare con i vicini di casa, intenti come sempre a fabbricare materassi (sì, sì, a mano). Si parla da strada a finestra, con la disinvoltura relativa che ci permette il nostro spagnolo. Il fatto che siamo italiani suscita entusiasmo, quando poi Pinocchietto rivela la sua nascita sarda, la signora materassaia si abbandona a entusiasmo puro: suo figlio vive a Sassari. E, di colpo, superando confini fisici, culturali, sociali, mentali, babelici e chissà quanti altri, sembra che facciamo tutti parte di un’unica famiglia.
Nel frattempo scende la sera e comincia la nostra quasi quotidiana ricerca di note. Dal punto di vista socio-musicale, la Casa de la Musica di Trinidad è stata, probabilmente, la migliore esperienza. Sulle Escalinadas il sabato sera si mescolano turisti (anzi, a dire il vero, soprattutto turiste) e cubani. Certo, c’è sempre qualche nota falsa, come quando il cantante ha dato il benvenuto a “los amigos italianos de la Francorosso” (e te pareva) o, più in generale, per il sospetto che tutti i cubani e le cubane presenti, così solerti nel far danzare gli stranieri, altro non fossero che altrettanti jineteros. Ma, visto che Pinocchietto e io ci siamo limitati a fare da spettatori, confesso che quella che ci rimane appiccicata addosso è soltanto allegra aria di festa.

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