14 settembre 2009

10 agosto 2009 - Abomey-Bohicon - Toc, toc, virginie: siamo in Africa

Partenza da Ouidah sotto le nuvole poco dopo le 9 del mattino. La stagione delle piogge qui al sud è appena finita e nel complesso il paese in questo momento ha l’aria molto verde. L’auto su cui viaggiamo (sempre la stessa fin dalla prima sera, dall’aeroporto) non ha lo specchietto retrovisore ma solo i due laterali. La cosa però non sembra affatto turbare Ibe (da Ibrahim), che guida su qualsiasi strada con la stessa elegante flemma.
Prima di arrivare ad Abomey (“è un po’ lo spartiacque nord-sud” Flavio dixit), ci fermiamo ad Agongointo. È una sorta di villaggio sotterraneo, scoperto nel 1998, nella cui area si aprono 56 rifugi. In effetti gli abomeyani si nascondevano qua sotto all’arrivo dei nemici, li attiravano in trappola nel salone centrale del rifugio oppure li lasciavano passare sopra le loro teste e li sorprendevano poi alle spalle. Pare che nella regione di Abomey ci siano circa 1500 rifugi come questi. Quelli di Agongointo risalgono al XVIII secolo.
Ovunque, attorno, la terra è rossa, magnifica. Abomey, a prima vista, mi piace un sacco, Carlito non capisce perché. Non saprei dirlo, saranno le case basse, la terra rossa, l’indolenza. In ogni caso, Chez Monique, punto di approdo per il pranzo nonché per la notte, ha un magnifico giardino tropicale con vari gazebo sparsi, sculture in legno e animali in carne e ossa, ed è un piacere trascorrervi un po’ di tempo. Un po’ troppo tempo, a dire il vero: Roland, il nostro accompagnatore-guida, e Ibe sono sempre dispersi. Sono le tre passate e non ce n’è traccia. Alla fine giungono un po’ affannati: la ruota posteriore sinistra, che Ibe ha cambiato ieri, ha ancora dei problemi e tanto l’autista che Roland hanno passato un mucchio di tempo dal meccanico.
Si parte comunque alla volta del museo di storia di Abomey, che ha sede nel palazzo reale dei re Ghézo (1818-1858) e Gléle (1858-1889), di cui si dice avesse 4000 mogli, padre di Behanzin il resistente, il re sconfitto dai francesi che nel 1893 diede fuoco ai palazzi. Quel che resta dei 40 ettari di regge successivamente accumulatesi nell’area, tra qualche reperto, come il trono di Ghézo che poggia su quattro crani umani (c’è anche uno scacciamosche pure più macabro, fatto con un cranio e una mandibola di un nemico e la coda del cavallo dello stesso), l’arazzo che racconta parte della storia del regno del Dahomey e i bassorilievi, è senza dubbio il monumento più bello e interessante tra quelli che abbiamo visto finora. È un’ulteriore conferma: Abomey è una figata. L’Unesco è d’accordo con me: il palazzo in questione è l’unico sito in tutto il Benin che è entrato nella lista protetta del Patrimonio dell’Umanità. Peccato che le guide, due ragazze, due vere fighe, siano un po’ frettolose. Fosse stato per loro i bassorilievi manco li avremmo visti, ma virginie non perdona, si sa.
Le due gnocche sono comunque squisite se paragonate al farabutto che ci accoglie nel palazzo del re Dakodonou (nel villaggio di Houawé-Zounzonsa): 5000 franchi a testa per entrare e neppure mezza spiegazione. Secondo Roland c’è pure andata bene, l’ultima volta i turisti che ha accompagnato hanno dovuto sganciare di più. Mah. Il truffatore ci porta a vedere tre leoni spelacchiati e malconci, in particolare il maschio adulto, che sembra pure ferito, ma non dice neppure una parola su Dakodonou (1620-1645), che fu il primo re del Dahomey. Le rovine del palazzo, malgrado il ciarlatano e i leoni, hanno comunque charme sufficiente, peccato che il rompiscatole ci assilli per avere 2000 franchi supplementari per fotografare il sacro baobab (che poi è un iroko). Gli spiego, un po’ veemente, come solo virginie sa essere, che manco il Louvre è così caro e alla fine, purché riprendiamo l’albero, ci fa fare la foto gratis. Peccato che l’iroko in questione non sia granché fotogenico. E peccato anche che per la prima volta sia successo l’incredibile: ho perso la pazienza in Africa. Devo andare a farmi curare.



(nelle foto: una maschera nel giardino di Chez Monique, ad Abomey; nel palazzo di Dakodonou)

10 settembre 2009

Sempre a proposito di Benin

9 agosto 2009 - Agbodrafo e Lomé - Incursione in Togo

Piccolo spazio pubblicità: i manifesti per la prevenzione dell’Aids sono ben presenti su tutta l’arteria costiera. Idem dicasi per la pubblicità ai preservativi (compresi quelli al gusto di banana), ma in Togo spiccano anche i cartello del Psi. Il primo è ottimo: “Parlons de la sexualité à nos enfants pour une vie épanouie et responsable”. Il secondo a me pare pessimo: “Je suis jeune pour le sexe. L’abstinence c’est mon choix”; i due giovani ritratti mostrano un palmo ciascuno sul quale sta scritto “C’est ma vie”. Mi sembra, ma magari sbaglio, voler ficcare a tutti i costi la testa sotto la sabbia: che vuol dire predicare l’astinenza in un paese (perché dubito che il Togo sia diverso dal Benin, in questo) in cui è normale avere rapporti sessuali a 16 anni e anche prima ed è frequente ritrovarsi incinte a 17? Mi consolo con una pubblicità, in Togo, riservata alle Nana Benz, che mi fa morir dal ridere (per capirci: nana in francese sta per ragazza e le Mama Benz sono le matrone che si muovono in Mercedes ostentando il loro grano).
Abbandonando gli spot e tornando un passo indietro, confesso che alla frontiera i togolesi sembrano parecchio più arroganti e molto, molto meno simpatici dei beninois. Poi va a sapere. In fondo noi il loro paese lo scaghiamo, manco ci fermiamo una notte a dormire, mentre in Benin possediamo pure un indirizzo: forse sono solo offesi.
La prima tappa mi sorprende perché me ne ero completa- mente scor- data: la Maison des esclaves ad Agbodrafo, in effetti la casa dei negrieri. Anche qui è passato l’Unesco e ha benedetto ma non resta granché da vedere: una casupola sgarrupata, un pavimento in legno d’epoca tarlato e semi-pericolante, un tavolo e un paio di madie vecchie, brutte, mal conservate e un po’ insulse. La cosa più interessante è quella dolorosa: la cantina dove mettevano gli schiavi. L’ingresso è un arco bassissimo che si apre nel muro esterno della casa: per entrarvi i prigionieri dovevano mettersi a quattro zampe. Dopodiché non avevano alcuna possibilità di rialzarsi: la cantina è alta 1,25 m e uomini e donne potevano al massimo restare seduti. Il cicerone togolese a questo punto apre una botola che si trova accanto al tavolo della sala da pranzo e ci mostra la cantina-camera oscura nella quale gli schiavi trascorrevano il consueto mesetto ad abituarsi al buio e alla posizione supina prima di essere imbarcati sulle navi che li avrebbero portati in America.
Poi si riparte per Lomé. Costeg- giamo la bella spiaggia di Aneho sulla quale più tardi (è domenica) i togolesi picnicheranno e per via scopriamo di essere “pedinati”: dall’auto che ci segue sbucano i tre cooperanti della Maison de la Joie che abbiamo conosciuto ieri sera, Erika, Fla e Simona. Si prosegue perciò insieme alla volta del mercato dei feticci (“la farmacia tradizionale”, come la chiama il signore che ci mostra teste, corna e pelli varie), che, tutto sommato, puzza e fa un po’ schifo. La guida, però, è un mostro di eloquenza e, visto che anche quella della casa degli schiavi era piuttosto dotata, mi trovo a pensare che i togolesi abbiano probabilmente scuole migliori dei beninois. Magari è un caso, ma l’impressione trova una sorta di conferma nei dati Unicef 2000-2007 relativi ai due paesi: in Togo il tasso di alfabetizzazione tra gli adulti è del 53%, in Benin del 41%. Quanto al tasso di frequenza delle scuole elementari è dell’80% in Togo e del 67% in Benin.
L’incontro con il féticheur, in ogni caso, è la sòla che ci si può aspettare, ma visto che un gri-gri (ossia un amuleto), sia pure semi-fasullo, lo voglio a tutti i costi, un po’ gli dò retta, mi faccio fregare il minimo indispensabile e ricevo in cambio benedizione, gri-gri e biglietto da visita del mastro-féticheur.
Il resto di Lomé, che dorme sotto una domenica qualsiasi e ci accoglie con mercati e negozi chiusi, lo sbirciamo solo dalla macchina, ma basta per rendersi conto di quanto sia grande il porto. Qui noto la presenza della Grimaldi Togo, ma rientrando in Benin mi accorgo che esiste pure la Grimaldi Benin.



(nelle foto: parrucchiere on the road; l'ingresso della cantina della Maison des Esclaves ad Abdografo; il mercato dei feticci a Lomé)

09 settembre 2009

8 agosto 2009 - Porto Novo - La capitale (finta, quella vera è Cotonou. O viceversa)

On the road si imparano un sacco di cose. Per esempio si nota facilmente che proliferano anche qui in Benin (come un po’ in tutta l’Africa e in tutta l’America latina) un bordello di chiese evangeliche pseudo-settarie. Il concetto è semplice: l’importante è credere. Tanto più che il 50% della popolazione, qui, è animista, ma, a essere onesti, bisognerebbe dire che lo è il 100%: il sincretismo è la norma e, appunto, l’unica cosa inconcepibile è non credere. Il risultato è che dio viene invocato per un sì e pure per un no. Su un cartello che mi sfila di fianco leggo così “La mano di dio”, mentre una scritta “Dio esiste” indica un coiffeur a 250 metri e un anglofono “God is one” è in realtà il manifesto di una vendita di cemento. Insomma, magari dio non è morto, ma a me sembra precipitato abbastanza in basso. Almeno nella mia visione cinico-atea del mondo, perché Kapuscinski, che, se ho ben capito, ateo non era, in queste invocazioni a dio pure sulle fiancate degli autobus vede l’assoluta commistione di divino, spiritualità e vita quotidiana della weltanschaaung africana.
La prima meta della giornata è il Centre Songhai, fondato nel 1985 da un prete nigeriano, tal Nzamujo Godfrey Ugwegbulam, che insegna in una non meglio specificata università Usa e partecipa a convegni in tutto il mondo per promuovere questa realtà. Il centro è una scuola pilota di agricoltura (accoglie 1500 studenti), che "utilizza tecniche biologiche e dinamiche e organizza corsi per il ciclo ecologico anche per i rifiuti organici, attraverso la produzione di gas metano, utilizzabile per i fornelli a gas". È una scuola conosciuta in tutto il paese, che lavora in stretta collaborazione con l’IITA, International Institute of Tropical Agriculture, con sede in Nigeria (del resto esploriamo il centro insieme a una loro troupe) e si mantiene grazie a sostegni statali e internazionali e grazie all’allevamento di animali, dai polli, allevati con sistemi bio ma in batteria, alle carpe, passando per tacchini e pesci gatto: tutti giganteschi. Logo del centro: un’aquila, “perché abbiamo la stessa visione”.
Dal mondo perfetto di Songhai passiamo alla confusione del mercato di Porto Novo, dove mi becco una buona quantità di pizzicotti e un “Ago” (“Largo”). Giustamente non per tutti siamo i benvenuti. Christian dice che ci toccano e ci palpano più come omaggio (come fossimo talismani, ma questo lo aggiungo io). Come al solito molti ridono e molti vogliono salutarci. All’uscita del mercato un bambino ci omaggia di un “Au revoir, yovò”, arrivederci bianchi.
Segue la visita al Museo Etnografico di Porto Novo, aperto negli Anni 50, basato sul ciclo della “Nascita, vita e morte nella Repubblica del Benin”. La collezione comprende maschere bellissime e anche un superbo tamburo funerario. Qui impariamo tra l’altro che somba è un termine incorretto e quasi dispregiativo, quello giusto sarebbe Betamaribé. Poi è la volta della Grande Moschea (nella foto), unica al mondo perché costruita come una cattedrale cattolica coloniale, solo edificio sacro di cui i costruttori avessero esperienza (secondo la versione più suggestiva dei fatti; un’altra versione, meno poetica, vuole invece che si tratti semplicemente di una chiesa trasformata in moschea). A me sembra bellissima, gialla, verde e rossa (i colori della bandiera del Benin), ma Carlito, Patrizia e Francesco sono di tutt’altro avviso. A me pare, viceversa, che pure il quartiere dove si trova la moschea, che è quello brasiliano, meriterebbe un approfondimento. E, in generale, mi sembra che Porto Novo meriterebbe che ci passassimo una notte, tanto per assaporare un po’ com’è. Architettura coloniale non ce n’è granché, probabilmente, ma qualcosa abbiamo intravisto attorno all’Assemblée Nationale (odierna, quella nuova è in costruzione), che, del resto, ha attualmente sede nell’ex Palazzo del Governatore. Si termina nell’antico palazzo reale (neanche tanto antico, è del XIX secolo), che ospita quello che pomposamente viene chiamato “Museo storico Honmé”: 1000 CFA a testa per entrare, 2000, complessivi, per far foto (“proibitissimo”) e guida odiosa.

07 settembre 2009

7 agosto 2009 - Ganvié - Ma quale Venezia?

Ieri sera Thérèse (adorabile. E non per quanto sto per raccontare. Proprio general- mente adorabile. Attenta, discreta, dolce: una perla) ha offerto a Francesco, Carlito e me la “famigerata” grappa locale, distillato ricavato dal vino di palma, il sodabi, “una sensazione simile a uno choc”, effettivamente fortina, ma non priva di gusto.
Oggi a pranzo, invece, nel ristorantino gestito dalle signore della Maison de la Joie, abbiamo assaggiato un’altra specialità locale: l’igname pilée, una specie di grosso gnocco (l’igname è una sorta di patata dolce), che abbiamo mangiato con una squisita salsa di arachidi nella quale galleggiavano pezzetti di carne e fettine di un curioso formaggio rosso scuro dall’interno bianco, il formaggio peul, davvero niente male. E brave le nostre signore cuoche.
Finita la parentesi alcolo-gastronomica, confesserò che la gita a Ganvié, viceversa, non mi ha precisamente entusiasmato. Intanto, per arrivare all’imbarcadero a Cotonou ci vuole circa un’ora e un quarto, da passare lungo la solita strada fetente di benzina. Si giunge così al lago Nokoué: decine di piroghe si avvicendano all’attracco per andare a vendere il pesce. A bordo sono quasi tutte donne: sono loro le pescivendole, acquistano la merce dai pescatori e la portano poi al mercato. La pesca avviene in modo abbastanza curioso: gli uomini vanno in cerca di ramoscelli e rami e li piantano poi nell’acqua. Il legno che si decompone attira i pesci nella rete e ai pescatori basta raccoglierla.
Ganvié, detta ultra-pomposamente la Venezia d’Africa, è un villaggio di 45 mila abitanti costruito su palafitte, nel lago Nokoué. Fu fondato nella prima metà del XVIII sec. da una comunità che fuggiva alle razzie degli schiavisti. Ganvié significa infatti “collettività di popolazioni che vivono in pace”. La popolazione vive di pesca, ufficialmente, ma, ufficiosamente, meglio non dimenticare che il lago Nokoué è una delle vie d'acqua su cui circola il contrabbando di benzina.
La prima tappa è, ça va sans dire, in un negozio di souvenir. La nostra guida ci dice che è un albergo che ora ospita alcuni artisti desiderosi di vendere le loro opere. Sia come sia, noi facciamo razzia di T-shirt. Chi resta scornato è il secondo artista, un pittore, che quasi ci scongiura, invano, di comprargli un quadro, anche piccolino. Poi, come da copione, ossia da guide varie, percorriamo con la medesima barca a motore la “Via degli innamorati”, ma confesso che trovo lo charme di questa Venezia d’Africa davvero molto relativo. La costruzione più bella è decisamente quella che abbiamo appena lasciato (l’ostello artistico, per così dire). Il mercato semi-galleggiante (chissà perché poi semi: i “negozi” sono tutti piroghe) è microscopico e noi lo attraversiamo piuttosto velocemente. Nessuno, o quasi, vuole essere fotografato o, nel migliore dei casi, chiede di essere pagato per essere ripreso. Non che la pratica non mi trovi d’accordo, e ci mancherebbe: ciascuno ha diritto di non essere fotografato e, tutto sommato, collettivamente, noi bianchi dietro il nostro terzo occhio mi facciamo un po’ pena e un po’ schifo (aggiungo? aggiungo. Questa sfrontatezza del fotografo è una delle ragioni per cui ho smesso di fare foto un milione di anni fa e, anzi, si potrebbe dire, una delle ragioni per cui non ho mai cominciato). Infine, sulla via degli innamorati altra sosta in altro negozio di souvenir e il tour è finito.



(nelle foto: l'igname pilée con la sua salsa di arachidi in cui galleggia il formaggio peul; piroga al mercato "semi"-galleggiante di Ganvié)

04 settembre 2009

5-6 agosto 2009 - Ouidah - Il cattivo viene sempre da altrove


42 km separano Cotonou da Ouidah. 42 km di strada asfaltata, bella, a posto, con tanto di pedaggio per attraversare un ponte. Eppure per percorrere questi 42 km ci vuole un’ora e mezzo di viaggio. Il traffico è assurdo, tanto più per il Benin, ma Flavio ci spiega che in pochi anni Cotonou è passata da circa 1 milione di abitanti a 3 milioni e mezzo (il sito dell’Ambasciata dice "più di 800 mila"; la Lonely Planet, che, però, sul Benin è più inutile che pessima, "761.900"; il Petit Futé, assolutamente attendibile e quasi sempre precisissimo, dice che gli abitanti sono "ufficialmente un po’ più di 700 mila e ufficiosamente circa 3 milioni") e, ovviamente, non era affatto preparata ad accogliere tutta ‘sta gente. E, altrettanto ovviamente visto il traffico, puzza. Auto, moto, scooter vanno a benzina. Tutti. Di che benzina si tratti non è dato sapere, quello che è chiaro è che si vende in fusti, bottiglie e similia per le strade a 300 franchi CFA al litro (1 € = 6,55957 franchi o, se preferite, 1000 CFA = 1,5 € circa), oltre che nei distributori ufficiali (di cui ancora devo vedere un esemplare, tra l’altro), dove costa 400 franchi al litro. È benzina contrabbandata dalla Nigeria, via strada e, preferibilmente, via corsi d’acqua. Sulle strade corrono pure bare ambulanti che ne trasportano: due vesponi fusi assieme dove tutto, o quasi, è serbatoio. Secondo quanto raccontano Thérèse e Flavio è una sorta di mafia della benzina in mano ai disabili. Sulla base di un reportage che hanno appena visto in Tv, ci spiegano che i “distributori” vanno a rifornirsi in un piccolo villaggio nigeriano, pure quello gestito da disabili. Quello che è certo è che questa benzina ubriaca di ottani puzza. Senza pensare a quanto inquina. Ricordo di botto che poco prima di arrivare a Cotonou dall’aereo ho visto le nuvole diventare grigie. Sarà stata pioggia, magari, ma aveva tutta l’aria di essere smog.
L’arrivo alla Maison de la Joie è una festa: i bambini ci corrono incontro e mi trasformo rapida- mente in un arbre aux enfants, con pargoli che mi pendono da tutti gli arti. Marie, la figlia minore di Justine e Christian, mi salta al collo e me la spupazzo con immenso piacere per qualche tempo. Insieme a noi, intanto, sono arrivati anche quattro simpatici insegnanti napoletani: Lisa, Ciro, Patrizia e Francesco. Mentre ceniamo, decidiamo di passare insieme il primo giorno a Ouidah, patria del vudù (e di tutte le sue emanazioni, dal candomblé alla santeria) e centro nevralgico della tratta degli schiavi nel XIX secolo (come racconta Bruce Chatwin nel “Viceré di Ouidah”).
Il nostro giro turistico prende il via dalla Foresta Sacra che, nel 1992, anno del primo festival vudù (in realtà è cominciato il 13 gennaio 1993, ma da allora si tiene ogni anno), finanziato anche dall’Unesco e, secondo Christian, fortemente voluto dal “primo presidente” Nicéphore Soglo, si è riempita di statue di cemento e di metallo, ricavate da utensili e mezzi di trasporto vari che ricordano i feticci della strega di Kirikou (è d’accordo anche Anicet, nostra guida nella Foresta Sacra, che alla mia citazione si mette a cantare tutto felice “Kirikou n’est pas grand, mais il est vaillant. Mais il est vaillant”). Tra le statue c’è anche quella di una bambola vudù, trafitta, come è uso, da punte e armi bianche varie. Anicet, dal volto scarificato (lo fanno quando il bimbo ha tre mesi, ci dice, perché, come ci spiega su richiesta, è un devoto del dio Pitone, la divinità più importante di Ouidah), dice che basta conoscere il nome di una persona per “stregarla” con una bamboletta vudù. Non c’è alcun bisogno di ciocche di capelli, peli pubici, unghie di scarto e altre simili schifezze varie, insomma. Quanto alla foresta è sacra da quando lo spirito del re Kpasseé (XIV sec., il fondatore della città) si è manifestato all’interno di un albero ancora visibile, che, come tutti gli alberi sacri del Benin, è un iroko.
Dopo la foresta è la volta dell’ex forte portoghese, che ospita il museo di storia di Ouidah (gli andrebbe meglio il nome di museo della memoria che, invece, spetta alla Casa del Brasile, se per memoria si intende memoria dello schiavismo, ma non importa). Lucrèce, matrona che ci fa da guida, è fin troppo esaustiva nel commentare riproduzioni che possono avere, al più, un valore pedagogico. I due “cimeli” più interessanti stanno nell’ultima e tredicesima stanza: due “arazzi” patchwork uno dei quali racconta la storia di Ouidah, mentre il secondo mette in scena alcuni proverbi locali. All’esterno il campo dove venivano stipati gli schiavi, in attesa di raggiungere la piazza Chacha (o Cha-cha = rapido, soprannome di Francisco de Souza, il viceré di Ouidah del libro di Chatwin, che, curiosamente, il Bruce ribattezza Francisco Da Silva. Ma non è l’unica inesattezza del nostro, amen) dove veniva effettuata la tratta, in seguito la terribile case Zomaï, la casa oscura, dove gli schiavi venivano lasciati un mese al buio perché si abituassero a un futuro nelle stive delle navi negriere nelle quali avrebbero viaggiato per 12 settimane e, infine, la nave o la fossa comune.
Dal museo passiamo alla Rotta degli Schiavi, lunga 3,5 km, e percorriamo le tappe previste: la piazza Chacha, lo Zomaï (letteralmente “luogo dove il fuoco non entra), l’albero dell’oblio (attorno al quale gli uomini dovevano girare nove volte, le donne sette), l’albero del ricordo (o della memoria; tre giri qualunque fosse il sesso) - per dimenticare, il primo, il luogo da cui si veniva, e ricordare, il secondo, almeno parte di sé - la fossa comune e la Porta del Non Ritorno, monumento se non bello, per lo meno dotato di un’eloquente forza evocativa, costruito dall’Unesco nel 1992 in occasione dei 500 anni dalla scoperta dell’America. A poca distanza c’è anche la Porta del Ritorno a ricordo dei discendenti affrancati degli schiavi che fecero ritorno alla madre patria.
La Casa do Brazil ospita invece un’espo- sizione perma- nente dedicata alla donna africana e al suo ruolo di pilastro nella società. Qui scopriamo che l’escissione era (e, in alcuni casi, tuttora è) pratica corrente nel nord del Benin, mentre nel sud è meno diffusa. Secondo la guida-factotum del museo, comunque, da cinque anni (cinque?) l’escissione è vietata. Nel sud, in ogni caso, non è cosa e, sembra suggerire, non lo è mai stata. Per il resto vale il detto “tutto il mondo è paese”: anche in Benin, come in quasi tutto il pianeta, sono le donne a sovraccaricarsi di lavoro, nei campi come in casa, mentre l’uomo si limita a esistere. Fino a non molto tempo fa in Benin una donna si realizzava diventando madre: conta(va)no i figli, non i padri, spesso completamente assenti. E per rincarare sulle similitudini tra qui e il resto del mondo, anche nel caso in esame il cattivo viene sempre da altrove: secondo i beninois in Benin tutte le prostitute sono togolesi e tutti i delinquenti nigeriani. Hai visto mai?


(nelle foto: un bimbo guarda una cerimonia; danza tradizionale a Ouidah; Anicet, nostra guida alla Foresta Sacra; cartello al Museo di Storia di Ouidah)

02 settembre 2009

Africa Blues

5 agosto 2009 - Cotonou. Bonne arrivée (Ricordo di viaggio numero 5)

La quantità di gente è inverosimile. Molta, molta, molta più che alla partenza da Parigi. Come se durante il viaggio ci fossimo miracolosamente moltiplicati. Certo, ci sono i facchini, con le loro bluse blu, sovrani dei carrelli, di cui ti spiegano l’apparentemente incomprensibile gerarchia: “no, questi no, questi sono miei. Quelli disponibili per il pubblico sono là”. Impossibile sapere se è vero o no, ma che importa? I nastri girano ma di bagagli non c’è traccia, abbiamo tutto il tempo di andare a cercare i carrelli dove vi pare, signori.
Impadronitami dell'agognato aiuto al trasporto, mi accorgo che i facchini sono re anche dei nastri: la maggior parte dei beninois si limita a indicare il proprio bagaglio, poi è l’uomo di fatica a trasbordare questi immensi pacchi fino ai carrelli.
Facchini, sovrani, re e pure Atlanti, trasportano sulle spalle il mondo che i loro connazionali si portano appresso. Almeno fino al primo carrello.
Oltre ai passeggeri e ai facchini sono i parenti che sono riusciti a intrufolarsi nella sala ad aumentare la ressa. Così il traffico è densissimo, ogni volta che un carrello oberato di bagagli deve uscire seguito dalla corte di facchini e proprietari che gli spetta, sul resto delle persone in attesa cala il compito di eseguire piccole grandi manovre: come negli ingorghi stradali di cui parla Ryszard Kapuscinski in “Ebano”, si guadagna un centimetro a destra, ora due avanti, mezzo a sinistra, ah, no, uno indietro, ma, ecco, quattro, cinque, sei in avanti, tu spostati, ci siamo, abbiamo raggiunto l’ufficiale che controlla che il talloncino di ricevuta del tuo bagaglio corrisponda esattamente al bagaglio stesso.
Cotonou, Benin, Africa, dove quasi tutto il personale porta una mascherina anti-influenza, è il primo aeroporto al mondo cui assisto a un simile controllo nella mia vita.

I bambini, intanto, giocano tra i carrelli, i bagagli e le gambe degli adulti; a differenza di quanto accadrebbe in Europa, quasi nessuno frigna o strepita: vivono e aspettano. Come tutti noi. E il luogo dove ci troviamo ora sembra valere un qualsiasi altro.

Si attende così a lungo che perdo qualsiasi cognizione del tempo. Infine accade: siamo liberi. E tra poco, ormai ne sono certa, questo caos primigenio si spegnerà: da un disordine inimmaginabile si è comunque formato un ordine e la maggior parte degli ex passeggeri sta ormai viaggiando, come noi, verso l’albergo o chissà che altro.
Anche questa è Africa: benvenuti. Anzi, come si dice da queste parti: Bonne Arrivée.

31 luglio 2009

Benin meno cinque - La Maison de la Joie

Pinocchietto e io siamo abituati a viaggiare soli. Così, anche se questa volta tutto è stabilito in anticipo e organizzato da Viaggi&Miraggi, il nostro gruppo è composto solo da noi due. Tuttavia le regole del turismo responsabile prevedono un incontro pre-partenza e qualche giorno fa abbiamo incrociato via Skype gli italiani che partiranno per il Benin più o meno nel nostro stesso periodo. E, soprattutto, la loro guida: Flavio. Flavio è, insieme alla moglie Thérèse, beninoise, e all'amica Justine, l'ideatore e l'anima della Maison de la Joie, il luogo dove trascorreremo la maggior parte delle nostre notti in Benin, la sua casa a Ouidah e la casa di una ventina di bambini "prestati". La tradizione beninoise di inviare i propri figli presso parenti più benestanti perché possano avere un futuro migliore si è trasformata in un commercio di bambini schiavi, così Flavio, Thérèse, Justine e i loro amici hanno liberato alcuni di questi bimbi accogliendoli nella loro casa-famiglia. Oggi alla Maison de la Joie vivono una coppia (Justine e il marito Christian), una trentina di ragazzi (compresi i figli di Christian e Justin) e cinque signore che lavorano nel ristorantino aperto dalla Maison. La casa si mantiene con contributi privati, adozioni a distanza e con i proventi dei viaggi di turismo responsabile.
Dal computer esce la voce di Flavio e già mi piace. Intanto è bella e io sono sempre stata sensibile ai bei timbri. Poi il ragazzo (l'uomo, piuttosto, siamo coetanei) è dannatamente simpatico. Racconta un sacco di cose: di sé, della Maison, del Benin, fornisce informazioni pratiche, regala una manciata di sogni, spazza il campo dalle illusioni (per esempio: voi siete bianchi, dunque portafogli ambulanti agli occhi dei beninois). Dice che è un viaggio tosto, poi che il Benin ha una popolazione di 7-11 milioni di abitanti (i dati ufficiali sono restati a sette milioni e mezzo), il 40% dei quali ha meno di 14 anni. Parla del cibo e sostiene che la cucina beninoise è la migliore dell'Africa occidentale (l'igname la fa da padrone). Parla più pudicamente di Thérèse, del battesimo di sua figlia: si dispiace perché Pinocchietto e io non potremo assistervi, la piccola sarà battezzata il 15 agosto e noi quel giorno saremo lontani da Ouidah, nel nord del paese, a visitare le Tata Somba, sorta di fortini-castello in argilla e paglia (Flavio mi pare abbia detto anche sterco, il che è verosimile, ma nessuna delle tre guide che ho consultato ne fa menzione. Potrebbe essere una forma di autocensura da pudore: agli occidentali l'idea non può che far ribrezzo). Il 14 dormiremo all'interno di una Tata Somba e, secondo Flavio, è un'esperienza bellissima. Poi ve la racconto.



(nelle immagini, dall'alto: la Maison de la Joie a Ouidah e una Tata Somba)

16 luglio 2009

Africa Blues

Aspettando il Benin

Sembra facile fare i compiti. Ho riletto "Il viceré di Ouidah", sto leggendo una raccolta di favole del Benin, ho sfogliato la guida, guardato e riguardato il programma. Ah, già, devo fare le vaccinazioni e, soprattutto, avere il visto.
Il visto si fa facile, domanda con foto, passaporto, copia del biglietto aereo di ritorno e 35 euro. Consegni di mattina e due giorni dopo, nel pomeriggio, ritiri.
Alle vaccinazioni ci penseremo la settimana prossima. Intanto, ieri sono andata a rifilare i passaporti al Consolato del Benin e sono stata letteralmente assalita dai luoghi comuni: non so come sono riusciti a concentrarsi in un'ora in una sola stanza e sono riusciti a sopraffarmi.
Al mio ingresso nell'ufficio ci sono già una quindicina di persone sedute, tra questi tre bianchi e il resto neri. Ancora non sono penetrata nella stanza che vengo accolta da un "Buongiorno" collettivo e cantante, condito da sorrisi a piena bocca. Nei tre quarti d'ora in cui resto in attesa, varie persone vanno e vengono, molti si conoscono, tutti si salutano. Luogo comune numero uno: la dolcezza.
In tre aiutiamo una signora a fare fotocopie: la macchina è normalissima, ma l'uso è reso complicato dalla distanza tra la macchina stessa e la cassetta in cui vanno infilate le monete destinate ad attivare la fotocopiatrice nonché dai pulsanti che contravvengono l'iconografia implicitamente nota a tutti coloro che hanno più o meno sovente a che fare con apparecchi del genere. Comunque, in quattro se ne viene a capo e la signora regala ringraziamenti e sorrisi strappacuore. Luogo comune numero due: in Africa "perché far semplice quando si può far complicato" è un manifesto di fede.
Arriva il mio turno e mi reco allo sportello dietro il quale ci sono due uomini: uno lavora e uno non so, sta seduto alle spalle del primo, non parla, non ha in mano nulla, non legge. Apparentemente sta seduto e basta. Probabilmente è un amico, un fratello, un cugino dell'impiegato. Chissà. Dico "Buongiorno". Nessuna risposta. Cinguetto che sono qui per presentare due richieste di visto. Il signore che mi sta di fronte grugnisce di infilare tutto nei rispettivi passaporti. Obbedisco e faccio scivolare il malloppetto sotto il vetro. Una delle richieste cade sulla scrivania. Il signore rigrugnisce. Scrive qualche numero sulle domande, compila un tagliando e mi restituisce tutto quanto, intimandomi di andare alla cassa. Il mio "merci, au revoir" non trova nessun'eco.
Mi presento al secondo e ultimo sportello, detto anche cassa, e ri-cinguetto un buongiorno. La signora dietro il vetro è estremamente infastidita dalla mia presenza, impegnatissima a digitare furiosamente una serie di numeri su una calcolatrice. Ha comunque la buona creanza di scusarsi e dirmi che è occupata ma che tra poco si prenderà cura di me. Un minuto dopo alza gli occhi verso la sottoscritta e fa' un cenno con il mento. Faccio scivolare passaporti, domande, biglietti e tagliandino verso di lei. Borbotta qualcosa e io credo di capire che mi chiede del tagliando. Le dico che è nel primo passaporto. Quasi si incazza: "Le ho chiesto: dove sono i soldi?". Le allungo i 70 euro senza fiatare. Ricevo il tagliando indietro e nessuna risposta al "Merci, au revoir". Ed ecco il luogo comune numero tre: dietro uno sportello il dolcissimo beninois diventa arrogante e sgarbato.
Eppure non può essere vero. Devo certamente aver sbagliato qualcosa.

19 maggio 2009

16 ottobre 2004 - Pechino, la città proibita e Tiananmen

Di fronte all’ingresso della città proibita Carlito e io siamo talmente confusi che finiamo per entrare dalla destra e perderci in una specie di luna park nel "People’s Culture Park". I giardini, a dire il vero, non sarebbero neanche male, il problema è che sono occupati da una fiera e da un congresso per la promozione dell’uso dello studio delle lingue straniere in Cina. Alla fine si parla dell’inglese e, come è normale a questo punto, in inglese. Liberatici dagli anglofili, riusciamo a guadagnare l’ingresso alla Città proibita che, con tutta la sua maestà, i suoi palazzi rossi, i suoi tetti gialli e i suoi magnifici soffitti dipinti in verde, blu e oro, è una delusione. Non so perché non dà affatto l’impressione di camminare nella storia, come accade invece all’acropoli o al foro romano o a Pagan. Intanto non si ha accesso ai palazzi per cui si indovina quel che si può dall’esterno. Per di più la quantità di turisti presenti è spaventosa. Sono quasi tutti in gruppo e quasi tutti cinesi, ma, indipendentemente dalla nazionalità, ogni volta che una porta o una finestra offre uno spiraglio sull’interno la calca è assicurata. Una delle cose più carine sono gli angoli del tetto del Palazzo della Purezza celeste, ovvero delle stanze dell’imperatore (mi pare sia quel tetto): gli antichi cinesi credevano che i fulmini colpissero le case negli angoli perciò li proteggevano con una serie di figurine in processione, draghi, leoni alati e animaletti più o meno mitologici vari, capitanati da un uomo a cavallo di una gallina. L’uomo in questione sarebbe la rappresentazione di un imperatore (forse) particolarmente malvagio che sarebbe stato impiccato al tetto. In un certo senso si tratta di un amuleto deterrente.
Anche la camera da letto dell’imperatrice attira per qualche istante la mia attenzione, se non altro per l’ideogramma della doppia felicità (nella foto) o della coppia. Dipinto in oro nella camera nuziale dell’imperatrice (pareti e porte rosse, alcune spose tuttora vestono in rosso per la cerimonia) e ancora oggi usato in qualche matrimonio. Tutti i cinesi che passano davanti alle porte dipinte con questo ideogramma in oro vi passano sopra le mani, tanto che ormai l’oro è quasi completamente scomparso. Inutile aggiungere che lo faccio anch’io.
Un po’ di tranquillità e anche un pizzico di atmosfera in più nei Giardini imperiali, con le solite formazioni rocciose, i padiglioni, la finta collina da cui l’Imperatore e l’Imperatrice si affacciavano a contemplare il loro mondo e il bellissimo acciotolato: un mosaico di sassolini che creano i disegni più delicati e complessi. Oltre agli alberi, naturalmente. Proprio all’ingresso del giardino due alberi intrecciati sono un simbolo di fedeltà, davanti al quale moltissimi cinesi si fanno fotografare.
Quando lasciamo la Città Proibita sono le due passate e decidiamo di andare a mangiare in un posticino in Dazhilan Jie. Il taxista ci lascia all’ingresso di un hutong, caratteristica via pechinese, commerciale. La parte est, pedonale, è praticamente un gigantesco mercato, con alcuni negozi bellissimi (le costruzioni, non tanto le merci). Il posto che cerchiamo si trova comunque nella parte ovest (al n° 37 della parte est c’è un negozio di coltelli e quando ci arriviamo io vengo presa da un senso di sconforto e penso che il “mio” ristorante abbia ormai fermato i battenti). Quando arriviamo al Tianhai Hostal ho comunque qualche perplessità: la Lonely Planet lo descrive benissimo, il grammofono in un angolo del banco, i serpenti sottovetro sempre sul bancone e le foto in bianco e nero della vecchia Pechino alle pareti. Quello che dimentica sono la polvere, la sporcizia e gli scarafaggi. Che, a prima vista, non contribuiscono certo a quella che la guida chiama “un’atmosfera fantastica”. Eppure. Eppure entriamo e ordiniamo da bere e da mangiare. Il cibo è più che buono, la birra la Yuan Yiin o qualcosa del genere che io preferisco alla onnipresente Tsin Tao. Per di più l’unico altro avventore presente, un ciccione che beve tè ipnotizzato da una sorta di telenovela cinese (a proposito: schermo anche qui) si rivela essere un eccellente fotografo. Ci mostra alcuni suoi scatti in bianco e nero davvero belli. Ci intendiamo a gesti e ci facciamo delle matte risate. Anche lui, come il taxista che ci ha portato fin qui, si diverte un mucchio quando scopre che siamo italiani. Ripete “Idaly, Idaly”, scuote la testa in cenno di assenso e giù una risata.
Veloce passaggio ancora a Dazhilan e poi taxi per il Jingshan Park, il parco della collina che domina la Città proibita. Vorremmo arrivare in cima per contemplare il tramonto sui tetti gialli che il sole morente tinge d’oro. La vista è bellissima ma la solita foschia rende il tramonto insignificante, cioè inesistente.
Scendiamo e costeggiamo tutta la cinta muraria della Città proibita per raggiungere piazza Tiananmen. A Pechino le distanze sono mostruose: camminare in questa città è un suicidio, ma detesto prendere i risciò e taxi lungo la strada proprio non se ne vedono. Comunque sconsiglierei vivamente di muoversi a piedi per Pechino, mentre camminare a Shanghai può essere molto molto piacevole.
A piazza Tiananmen scopro i messaggi di Angelina che ci dà appuntamento al Novotel Peace Beijing per le 19.15. Praticamente è già ora di proseguire e, strano a dirsi, per una volta i nostri eroi, Véro, Angel e Arnaud, sono puntuali. La ragione è presto detta: il ristorante che hanno scelto, specialità anitra alla pechinese, termina il servizio alle 20.30. Il nostro tassista non sa manco dove si trovi, quindi segue il taxi dei francesi e ogni tanto compie acrobazie nel traffico. Comunque arriviamo sani e salvi nel quartiere di Qianmen. Fuori dal ristorante ci attende una lunga coda dove mi pare che i turisti siano più numerosi dei cinesi. Ma è quasi un fifty fifty. In compenso c’è una folla di mendicanti, come finora in Cina non ne avevamo incontrate, che chiedono soldi, ti tirano, ti toccano, ti supplicano. Il locale è una specie di mensa. Pavimenti appiccicosi e tavolacci. Non c’è scelta: solo menu anatra alla pechinese. Così Angelina, che è vegetariana, si deve accontentare di due piattini di verdure fredde che non hanno l’aria granché invitante. In effetti servono praticamente solo la pelle dell'anatra, quindi ci facciamo le nostre crêpes abbastanza goduti. Véro, per di più, non le ha mai mangiate e per lei è una vera festa.
Terminiamo la serata al bar del Novotel, dove dormono Angelina & co. e qui il nostro viaggio in Cina si conclude con un intermezzo assai poco cinese. Nella hall appaiono Jean-Michel Jarre, in Cina per il megaconcerto di apertura dell’anno della Francia in Cina, e la sua nuova compagna, Anne Parillaud. Angél, che di Jarre se ne frega, decide che il suo diario di viaggio sarebbe comunque nobilitato da un autografo e mi chiede di accompagnarla. Arnaud, vigliacco, ne approfitta per fare una foto a tutti e tre (la terza sono io, visto che la Parillaud si è defilata appena messo piede nella hall dell’hotel), così mi ritrovo a Pechino immortalata, si fa per dire, con Jarre. E mi domando: ma cazzo c’entra con la Cina?

12 maggio 2009

15 ottobre 2004 - Pechino e la Grande Muraglia

Si parte tardi, alle 11 passate, destina- zione Mutian Yu. Sul pullmino che ci passa a prendere al Jianguo ci sono già tre australiani che hanno appena fatto amicizia. Due di loro, Simon e la fidanzata, sono di origine cantonese. Simon, poi, ha studiato anche il mandarino a Singapore ed è una vera miniera di informazioni.
Per raggiungere Mutian Yu impieghiamo circa un’ora e mezza. Il calcolo del tempo è molto approssimativo perché ci fermiamo a mangiare lungo la strada. Kevin, la nostra guida, che in effetti non sa granché, è un soggetto da urlo. Prima volta che saliva a piedi sulla Grande Muraglia (di solito prende il cable car, ovvero la funivia). Ci tiene molto al fatto che andiamo a pranzare prima di andare alla Muraglia. Per essere in forze, dice lui, per attirarci nella solita farm, pensiamo noi. In questo caso si tratta di cloison, tecnica antica di pittura sul rame.
Raggiungere la muraglia anche a piedi è abbastanza agevole: in sostanza si tratta di salire una serie di scale. Una volta in cima lo spettacolo è mozzafiato: il deserto dei Tartari non ha mai raggiunto significato più pieno. Guardo tra un merlo e un altro della Grande Muraglia (nella foto) e vedo montagne, alberi, ancora muraglia e torri di guardia. In effetti mai panorama violato dall’uomo mi è sembrato così grandioso. E così armonioso insieme. La Muraglia è sì un’immensa ferita nella terra - originariamente circa 10 mila chilometri, oggi più o meno 6 mila - ma, al tempo stesso, sembra conferire nobiltà al paesaggio. Kevin ci dice che un milione di uomini hanno lavorato alla costruzione di questa meraviglia (che per la verità è stata costruita e ricostruita più volte nel corso del tempo) e che uno dei nomi con i quali è conosciuta è “il più lungo cimitero vivente”. In ogni caso è facile passare ore a camminare su e giù lungo questo immenso, favoloso muro.
Al ritorno il percorso è più lungo (non per scendere, ché, anzi, si va davvero rapidi, quanto per il rientro in città): ci mettiamo un po’ più di due ore. È vero anche che ci perdiamo, causa lavori in corso e deviazione imprevista. Ma il vero handicap è il traffico che, a Pechino come a Shanghai, è pazzesco. Anche Pechino, tra l’altro, puzza ed è mostruosamente inquinata.
A cena abbiamo prenotato (bè, ovviamente abbiamo fatto prenotare) al CourtYard per le 20.30. Usciamo un po’ in ritardo, alle 20.05, ma abbiamo solo quattro fermate di metro: da Yong An Li a Tienanmen Dong. Poi si dovrebbe poter raggiungere il ristorante a piedi. La prima stoccata è che il metro di Pechino non ha niente a che vedere con quello di Shanghai: sembra quello di Milano in versione più sgarrupata. Comunque deve avere una quarantina d’anni. I biglietti si comprano solo allo sportello e poi c’è una signora in un gabbiotto che li controlla prima dell’accesso alle banchine. La seconda stoccata è che, come al solito, sono una frana a leggere le cartine. Dunque camminiamo, camminiamo, camminiamo (in pratica costeggiamo piazza Tiananmen) e ci ritroviamo lontanissimi dal ristorante. Così, siamo costretti, visto che all’orizzonte non ci sono taxi, a prendere un risciò. Il ciclista conducente in questione è una specie di pazzo scatenato che si butta addosso a bici, macchine e auto sfidando la sorte ma facendola sempre franca. Bene o male arriviamo alla meta, sia pure con mezz’ora di ritardo. Il ristorante mi consola di tutto. Vista su Città proibita e pescatori. Dieci e lode.

05 maggio 2009

14 ottobre 2004 - Bye bye Shanghai

Diverse abitudini alle toilette. Al parco Zongshan il bagno è un locale completa- mente piastrellato di bianco con due buchi-canale paralleli alle pareti laterali destinati allo scorrimento della pipì e del resto. Bassi muri, sempre piastrellati, separano gli spazi pseudoindividuali. Culo libero e all’aria, cioè: le porte queste sconosciute.
Vi sembra una sciocchezza di cattivo gusto? Eppure il 17 novembre 2004
a Pechino si è tenuto il vertice mondiale delle toilettes. Vi si parla di cose serissime come la protezione dell'ambiente, la salute pubblica e i diritti dei disabili, nonché di abbattere vecchi e irrazionali tabù. Eppure, a introdurre i lavori che per tre giorni (17-19 novembre) impegnano 400 delegati provenienti da tutto il mondo, viene proiettato un documentario che illustra senza ombra di ironia la storia dei cessi pubblici in Cina. Per esempio, il documentario informa che una delle più moderne toilettes pubbliche della Cina è stata costruita sotto piazza Tiananmen secondo i più avanzati criteri sanitari: porte automatiche, pavimenti in marmo (o qualcosa di molto simile), riscaldamento d'inverno e aria condizionata d'estate. Molti residenti di Pechino affermano di non averlo mai saputo ma devono essere una minoranza se è vero che - come afferma lo speaker - riceve una media di seimila visite al giorno.
Inoltre, si apprende che il livello delle toilettes pubbliche, come quello degli alberghi, è determinato dalle stelline che gli vengono assegnate: dalle quattro in giù. In quelle a quattro stelle, come quella underground della piazza più famosa della Cina, le tavole delle tazze sono state decorate da artisti famosi. In alcune delle 740 nuove toilettes pubbliche della capitale il tetto è trasparente così che, afferma lo speaker, "sembra di essere in Paradiso".
"Col miglioramento delle condizioni di vita - prosegue il documentario - è aumentata la frequenza con la quale si usano i bagni", affermazione indubbiamente vera, ma che strappa una risata alla platea. Il Comune di Pechino - che con l' Ufficio del Turismo provinciale e la World Toilet Organization, fondata a Singapore nel 2001 - ha sponsorizzato il vertice, si è impegnato a fondo nella preparazione delle Olimpiadi del 2008 e ha investito nel miglioramento delle toilettes pubbliche della città 500 milioni di yuan (50 milioni di euro) nei tre anni passati.
Un'altra risata risponde allo speaker del documentario quando dice che "in accordo col concetto di unificazione tra città e campagna" parte dei soldi sono stati impiegati per la ristrutturazione dei gabinetti di villaggio.

... and welcome to Beijing
Ah, il sole tramonta prestissimo, almeno in questa stagione, tanto a Shanghai come a Pechino (siamo appena atterrati, 17.31, e ho visto il bel disco rosso): attorno alle cinque e mezza, appunto.
Pechino: gran casino. È la prima impressione all’aeroporto. I nastri trasportatori girano a vuoto, girano e girano, al numero 17, al 14 e al 15, che continua comunque a girare, non ci sono voli annunciati. Dunque, non c’è nessuno. Al 16, il nostro, sono raggruppati tre voli, perciò c’è una ressa disumana.
Un’altra cosa che mi colpisce è il tetto dei caselli autostradali di Pechino che è fatto ‘a pagoda’ e decorato quasi come un tempio.
Bon, di Pechino, per ora, non abbiamo visto nulla. Siamo arrivati con un’ora di ritardo, poi bagagli, taxi, albergo e quando scendiamo nella hall sono già le otto. Morale: tentativo di prenotare al ristorante consigliato dalla Lonely Planet fallito perché è tutto pieno, si rimedia alla meno peggio con il Berena’s Bistro. Che ci svela l’arcano: a noi in Cina piacciono la cucina di Sichuan e quella pechinese, non quella cantonese che ci propinano in Italia, né, tantomeno, quella di Shanghai, che è piuttosto grassa. Risultato: mangiamo benissimo, comprese melanzane (braised) mitiche e pollo agli anacardi. A fine cena chewing gum per due e rosa per me. Igiene e cortesia.



(chiedo venia, ma la foto delle toilettes non ce l'ho, dunque vi beccate un po' di traffico umano a Shanghai)

31 marzo 2009

Metropoltrip - Toujours a Shanghai, toujours nell'ottobre 2004

Sguish, sguish, sguish. L’ho perso, è chiaro che l’ho perso. E poi chissene- frega: sono all’incirca in vacanza dopotutto. Posso permettermi di aspettare. “Nainain nannananannanainain”: mi giro mio malgrado e bestemmio dentro. Potrei anche bestemmiare ad alta voce, magari, tanto nessuno mi capirebbe comunque. La ragazza estrae un Motorola (ma non deve, non può essere un Motorola, siamo in Asia, perdiana) dalla sua sacca Louis Vuitton e risponde. Mi ripeto che sono qui circa in vacanza: lavoro ridotto al minimo insomma, giusto per pagarmi il viaggio. Perciò devo essere zen. Però, accidenti, siamo agli antipodi e sono perseguitata dalle stesse maledette, terrificanti suonerie dei cellulari.
Sguish. Sembra che scivoli. Non è un treno, è una nuvola express. Tutto è lucido, cromato, alieno. Come in uno spot. “Piccolo spazio pubblicità”, mi torna sempre in mente Vasco Rossi. Chissà che effetto farebbe diffuso dagli altoparlanti. Nessun effetto, presumo. Tranne che su di me.
Ora che ci penso: se fossimo agli antipodi potrei trovare normale che quaggiù tutto risulti capovolto. Ma non siamo agli antipodi. Non in senso stretto, almeno. Sto immersa in una sorta di ipnosi. In piedi, appesa a una maniglia come se ne dipendesse la mia sopravvivenza, ammaliata dallo schermo accanto alla porta. A Shanghai gli schermi sono ovunque: nel métro come all’aeroporto. E i cinesi guardano qualsiasi cosa venga loro mostrata. Quello che vedo fa schifo. Ma schifo vero: continuano a ritrasmettere l’immagine di un bambino che vomita. Forse è una candid camera. Di certo l’unica cosa che capisco sono le risate.
Sono in quasi vacanza. Sono le dieci della mattina e il vagone è quasi vuoto, c’è persino posto a sedere. Allora perché questo stronzo mi sta addosso? Ok, lo so, è la vecchia storia: per i cinesi quello che conta è lo spazio mentale, di quello fisico se ne fottono. Ma io sono europea, cazzo. E ai miei 30 centimetri di vuoto attorno ci tengo: per me è spazio vitale. Altrimenti soffoco.
Sguish. Le porte mi liberano. E riguadagno la superficie. Intanto penso alla prossima generazione di cinesi, destinati a crescere a furia di hamburger e patatine fritte. E a ingrassare. Fino a diventare obesi.
Sai che sballo, allora, incontrarli in metropolitana.


(foto: Shanghai, Xujiahui Underground Station - Chinese Tourist Office)

30 marzo 2009

13 ottobre 2004 - Shanghai forever

Oggi programma ambizioso: Exposition Center, Shanghai Museum e biennale al Shanghai Art Museum. In più mi tocca la ricerca di almeno una guest house carina nonché di un ristorante che possa segnalare nel mio pezzo.
Se avanza tempo, poi, mi piacerebbe tornare da Shanghai Tang. Peccato che usciamo tardissimo. Il ritmo zen ci è ormai entrato nella pelle.
Così, una volta terminato il giro all’Exhibition Center con la maquette della Shanghai del futuro, piuttosto deludente, è l’una passata. Consultati appunti e guida, decidiamo di vedere se il ristorante di cui ci ha parlato un’amica che è stata qui non tanto tempo fa, Alessandra, è a portata di piedi. Impieghiamo una mezz'oretta per orientarci attorno a People’s Square e alle due vie Nanjing, Nanjing Dong Lu e Nanjing Xi Lu (dove dong sta per est e xi per ovest), visto che Ale non ha segnalato di quale delle due si tratti. Una volta ritrovata la bussola, ci incamminiamo per Nanjing Xilu, una delle vie del commercio di lusso a Shanghai e veniamo attratti da due viette dall'aspetto singolare (la Wujiang Lu e la QingHai Road Beer Street, come scopriremo più tardi), ma, fedeli alla linea e, soprattutto, allo stomaco vuoto, proseguiamo verso la nostra meta. Il ristorante di Ale, in una corte interna, promette meraviglie. Ha un solo difetto: apre alle cinque del pomeriggio. E chiude, come la stragrande maggioranza dei ristoranti di Shanghai, alle 10 di sera. Quindi siamo costretti ad arrangiarci altrove.
On the way back un orologio da strada mi folgora: sono le 4 e 20 e qui tutti i musei chiudono attorno alle 5. Tanto vale che visitiamo le due viuzze e cerchiamo, alla svelta, un albergo da segnalare. Con la solita fortuna, laturistasmarrita scopre che uno degli indirizzi in programma è assolutamente a portata di piedi. La Villa, tra l’altro, pur non essendo particolarmente economica, valeva l’aller-retour al quale ci siamo sottoposti.
Comincio a essere stanca, ma mancano ancora le due viuzze e mi dico che, forse, il metro possiamo riuscire a prenderlo una fermata prima di People’s Square. Ma non prima di aver dato un'occhiata ai promettenti vicoli individuati qualche ora fa. Wujiang Lu, la via gastronomica, è una scoperta che merita. Qui si vende e si prepara cibo senza soluzione di continuità: un locale via l’altro; raramente ci si può sedere ma lo spettacolo è quello di una vera festa culinaria. C’è chi fa ravioli in serie, chi cuoce spiedini di calamari e chi ci propone la versione shanghaiese del pizzaiolo napoletano. Il tizio in questione rotea la palla di pasta fino a quando diventa un enorme disco sottilissimo, poi lo posa e rompe un uovo al centro. I suoi movimenti sembrano parte di un rituale: spennella l’uovo per spargerlo uniformemente sulla superficie, dissemina una manciata di erbe e ripiega i lembi verso il centro per chiudere il tutto. Poi passa il preparato a un altro uomo, che si occupa della cottura su piastra. Questa specie di focaccia cinese ha l’aria squisita ma sono troppo piena per tentare di assaggiarla. L’altra via è di gran lunga meno interessante, una brutta copia, fasulla e più lussuosa, della Wujiang Lu.
Nel frattempo il mio amore e io ci vediamo costretti a constatare che il tempo a Shanghai sembra andare più rapidamente che altrove. Il mio programma prevederebbe rientro in albergo, aperitivo al M’ on the Bund e cena con Angel, Véro, Arnaud e la fidanzata tedesca, Inès. Ottimismo ridondante: quando raggiungiamo l’hotel sono già le 7 e 20. L’aperitivo salta in automatico anche perché l’appuntamento al ristorante con il gruppo è per le 8.30. Amen, tanto il momento clou è previsto per il dopo cena: sosta al bar più alto del mondo, il Cloud 9, all’87° piano della Jin Mao Tower. Per raggiungere il locale tra le nuvole ci vogliono due ascensori, il primo porta fino al 54° piano, il secondo alla meta. Scovo un cocktail azzurro cielo (scelta niente affatto casuale) pas mal: il Cerulean (vodka, Martini dry, blue curaçao; ovviamente anche il nome non è affatto casuale). La vista sulla città scintillante toglie il respiro e dà persino un po’ alla testa. O che sia l’altitudine?



(dida: A Shanghai ravioli in serie)

27 marzo 2009

12 ottobre 2004 - Sempre Shanghai

Nebbia. Quando mi sveglio, alle 8 e 30, pratica- mente non si vede il parco di fronte all’albergo. Sarà per questo che la giornata procede con un ritmo zen. Per cominciare esco dall’hotel attorno alle 10 e mezza. Poi il taxista ha qualche problema a riconoscere quale sia esattamente la via dove abita Arnaud, tanto che, a un certo punto, spegne il tassametro. Così, quando, dopo qualche ingorgo e innumerevoli deviazioni, arriviamo a destinazione, mi chiede il biglietto su cui all’albergo mi hanno scritto l’indirizzo di Arnaud in cinese e lo corregge. Una perla.
Alle 11 e 35 sbarco dalle ragazze. Il tizio dei massaggi apre bottega a mezzogiorno, nel frattempo si potrebbe fare un salto al mercato dove potrei sempre cercare una borsa come quella di Véro, che, in fondo, non è niente male, e gli orologi con Mao, ma alla fine sembra che non sia il caso e anche il massaggio passa oltre. Perciò ci dirigiamo all’Antique Market.
A destinazione ci sono una serie di negozi-pagoda governativi e un incrocio di viuzze infestate da piccole botteghe. Ma l’avvenimento della mattinata è la visita alla più grande farmacia tradizionale di Shanghai. Angél ha diritto alla prima dimostrazione con una sorta di placche massaggiatrici elettriche. Ma non è convinta. Quasi tutte le commesse sono donne, forse tutte, vedo solo un uomo dietro un bancone. Ma, a quanto ci spiegherà poi la ragazza delle erbe, quello è il bancone dei medici. In ogni caso ciascuna cerca di attirarci verso il suo microreparto. Una rossa, che propone creme antirughe miracolose, conquista la nostra Angél e ci richiama verso il suo stand. Che, tra l’altro, è il più bello: un angolino proprio dietro una specie di altare eretto a un grande della medicina tradizionale cinese. Angelina compra di tutto: gelsomino, boccioli di rosa, ginseng e non so più cos’altro. Le scatoline in cui mettono i prodotti sono bellissime e le ragazze delle erbe molto, molto gentili. Ci invitano a sedere e ci offrono un tè. È davvero un’esperienza: in sostanza assistiamo a una vera e propria cerimonia. La ragazza con i capelli neri, che non parla inglese, dispone davanti a sé in fila cinque tazzine, tipo quelle che noi, in Occidente, usiamo per bere il saké, e, allineata immediatamente dietro, una fila di cinque bicchierini di volume equivalente. Poi versa l’acqua calda nella tazza cinese dimensione tazza da tè occidentale, che già contiene il tè e il gelsomino. Preme tutta l’infusione con un piattino e, tenendo quest’ultimo ben fermo perché le foglie non escano, versa un poco di tè in una microtazzina e un altro poco nel primo dei microbicchieri.Subito dopo comincia a travasare il tè dalla prima alla seconda tazzina, dalla seconda alla terza e così via fino all’ultima. Ripete la stessa operazione con i bicchierini. Riprende in mano l’ultima tazzina e ne versa nuovamente il contenuto nella prima. Vi immerge i bordi della seconda e compie l’operazione tutte le volte che è necessario per sciacquare al meglio le ciotoline. Butta il poco tè rimasto e replica il tutto con i bicchierini. Poi butta anche l’infusione della tazza grande. A questo punto versa nuovamente l’acqua bollente nella tazza con il tè e, dopo aver manovrato un po’ il piattino che la copre premendo gelsomino e tè, versa l’infuso nelle cinque tazzine e poi da ogni tazzina nel corrispondente bicchierino. Infine mette il bicchierino capovolto nella tazzina e distribuisce le tazzine con quel curioso cappellino, che ognuna di noi provvede a sfilare.
Così, dopo la farmacia, il mercato degli antiquari pare sciapo. Comunque riesco a comprarmi i tre orologi di Mao che volevo. Poi ci dirigiamo verso la bellissima casa da tè Huxinting, la più vecchia di Shanghai, e lo Yu Garden. La visita del giardino a prima vista sembra quasi altrettanto insulsa di quella del tempio dove siamo state questa mattina, ma in effetti è solo colpa dei troppi turisti. Quando riusciamo a scovare un angolo tranquillo finiamo per trovare il giardino bellissimo.
Per rientrare, stupidamente, decido di prendere un taxi, scordandomi del traffico. Morale: per coprire il tragitto dalla città vecchia all’albergo, che sarà questione di pochi chilometri, ci vuole parecchio più di un’ora. Quando arrivo in hotel trovo Carlito che non sta più nella pelle: oggi ha conosciuto il brivido della Formula Uno e pazienza se invece che una Ferrari ha guidato una Peugeot equipaggiata con motore a gas. Il circuito, lo stesso della F1, è straordinario, il pilota che li ha portati in giro si è divertito a fare lo spericolato e, dulcis in fundo, Carlito in persona ha potuto guidare la macchina.
A sera, dopo cena, una nuova Shanghai Surprise ci attende: all’angolo tra Henan Lu e Renmin Lu ogni sera si balla. Così mi trovo a pensare che è sempre quando mi distraggo che scopro le cose più belle: dall’aquilone alla cerimonia del tè a questo straordinario cha-cha-cha su Henan Road.



(nella foto: la nebbia avvolge Pudong e la torre della televisione)

26 marzo 2009

11 ottobre 2004 - Shanghai again

Mi sono ricordata di una piccola perla: ieri, in un giardinetto modesto vicino al caffè intorno al quale conti- nuavamo a girare, un tizio faceva volare un aquilone. Era altissimo, proprio come una grossa aquila, lontano lontano, magnifico. Un po’ di questa magia gli è rimasta appiccicata addosso anche quando il signore lo ha richiamato a sé e l’aquilone si è rivelato per quello che era: pezzetti di carta di giornale. E pensare che mio nipote Aurelio non riesce a far decollare il suo ‘cerf volant’ superaerodinamico.
In mattinata si va al Bund, il meglio di quanto rimane della Shanghai Anni 30. Malgrado la perenne foschia, ha un suo fascino. Di fronte si alza il quartiere degli affari, Pudong, che fino a 10 anni fa non c’era (era una zona agricola ci dice Chong, incontrato sul Bund) con la bellissima Oriental Pearl Tv Tower, diventata il simbolo di Shanghai. Sulla passeggiata del Bund, dove ci sono un mucchio di mendicanti, per lo più gravemente storpi, riscuoto molto successo, non so se sia merito, o colpa, del rossetto rosso. Un gruppo di cinesi, probabilmente in vacanza, praticamente costringe me a posare insieme alle mogli e Carlito a scattare la foto con la loro macchina; un altro, con cinepresa, vorrebbe filmarmi e intervistarmi (ma Carlito, per fortuna, è secco e perentorio nel dire di no). Anche ieri, a ripensarci, mi guardavano tutti, uomini e donne. Mi sembra di essere una star (non so perché a Carlito non succede) e ha un che di inquietante. Più tardi scopro che succede più o meno a tutte le donne occidentali e mi ridimensiono.
Pranzo per due per 32 yuan, cioè 3,2 €, birra compresa, ma io praticamente non ho mangiato. Che schifo la cucina cinese. Chi l’avrebbe mai detto? Altra nota curiosa: in questa specie di orrenda tavola calda il cameriere non ha voluto la mancia. Forse, come dice la miniguida, la mancia porta sfortuna o, piuttosto, è insultante. Ma finora, come dice l’altra guida, tutti l’hanno gradita. Qualcuno, come ieri al Kathleen’s 5, l’ha addirittura sollecitata.
Intanto ho mandato un sms ad Angelina, dicendo che nel pomeriggio ci sposteremo al mercato di Xiangyang; “ça tombe bien”: Véronique, l’amica di Angelina, e Angél ci vanno a pranzo. Così, sempre in metropolitana (sistema economico: la tariffa va a tragitto, da Zhong Shan Park, dove siamo in albergo, come da Jing’an Temple fino a People’s Square tariffa 2: 2 y, più o meno 0,20 € cioè, e ‘sto giro 3 y, mi pare), Carlito e io ci dirigiamo verso il mercato della moda, o meglio dei falsi, di Shanghai. Sul cammino ci perdiamo in negozietti vari, per esempio veniamo inghiottiti dalla Sony Gallery, che ha aperto un paio di settimane fa, e crediamo di incrociare la delegazione francese (Chirac compreso?), che è in giro per questi lidi per l’apertura dell’anno della Francia in Cina: Carlito e io vediamo sfilare lungo la Maoming Nan Lu un corteo di auto blu e al mio amore sembra pure di distinguere il viso di Barnier, il ministro degli Esteri, dietro un vetro fumé. Bah.
Il risultato è che, quando finalmente arriviamo alle soglie del mercato, Véro e Angél ne stanno giusto emergendo, perciò facciamo una pausa nel locale lì a fianco dove i sedili ai tavoli sono altalene biposto. Le ragazze ci mostrano gli acquisti: un orologio di Mao (anch’io!), un paio di borse Prada, una di Gucci, un portafoglio Dior collezione rasta e due Montblanc l’anno del dragone. Già che ci sono le due vogliono farci vedere anche un negozietto dove ci sono un sacco di cosucce carine e dove mi lascio sedurre da due o tre capetti. Al mercato, invece, è Carlito che fa incetta: giacca, scarpe e due polo. Le borse non mi piacciono: la griffe è decisamente urlata e la maggior parte è in vera plastica (il peggio è un portafoglio rosso in finto cuir épi). Quasi niente è normale, quasi tutto finto qualcosa. Per esempio, Louis Vuitton, che è sempre accuratamente nascosto (nell’interno della bottega o nei cassetti, mentre Dior, Gucci, Prada e compagnia sono tranquillamente esposti).
A cena incontriamo il bell’Arnaud, il figlio di Véronique, che vive e lavora a Shanghai da un anno, che ci fa un po’ da guida per locali della concessione francese, il quartiere dove abbiamo ciondolato per tutto il pomeriggio. Ci racconta, per esempio, che in una via qui vicino, fino a pochissimo tempo fa, c’erano un sacco di posticini, molto movimento etc. e che “il governo” ha fatto chiudere tutto per via della quantità di puttane. Ma a novembre pare che la serie di locali dovrebbe riaprire altrove.
Programma di domani: giornata “nanas”, con visita a un altro mercato ancora alla ricerca dell’orologio di Mao, massaggio e giro nella città vecchia.


(nella foto: la turista smarrita sul Bund)

07 novembre 2008

Shanghai Surprises

10 ottobre 2004 - Shanghai
L’aeroporto di Pudong ci accoglie con una bella zaffata di nebbia da smog alle 6.54 (il mio orario diceva 7.40, ora d’inverno?). Più che puntuali, insomma. Ma l’aria puzza da far schifo. Per il resto fa caldo. Il che significa che, a differenza di quanto immaginavo, qua non usa l’aria condizionata a manetta.

Visto che Carlito è qui per il Challenge Bibendum della Michelin, in compenso, possiamo salire sul pullman previsto per i partecipanti per raggiungere il nostro hotel; l’unico neo è che l’autobus in questione parte alle 8.30.
Per fortuna, il caffè dell’aeroporto non è male. Mi colpisce la raccolta differenziata (lo so, c’è anche a Malpensa, ma non proprio dappertutto). Per di più è diversa dalla nostra, almeno da quanto capisco dai disegnini: i rifiuti si dividono in organici, inorganici e 'pericolosi' o strani.

La prima sensazione, anche se siamo all’interno di un grosso autobus, è quella di essere un pigmeo in una selva di grattacieli: piccolo, piccolo, piccolo. Un po’ come accade a New York. (La sensazione, più tardi, si rivelerà diversa perché qui, per lo più, le strade sono larghe, perciò ci si sente meno schiacciati che in molti quartieri di NYC).

Come previsto (da me e un po’ meno dal Carlito) non si capisce una strafava. Il clacson è una specie di nuova divinità, il suo richiamo si fa udire quasi senza sosta. Le biciclette, che sono lungi dall’essere il principale mezzo di trasporto, sono comunque tantissime.

Percorriamo Yuyuan Lu, vicinissimo al nostro albergo, che è, secondo la ragazza-guida del pullman, un tipico “Shanghai boulevard”. E aggiunge: “non ne vedrete più molti; sono stati quasi tutti allargati”. Sarà per questo che, una volta sistemati e rifocillati, decidiamo di farcelo tutta a piedi, tanto più che porta verso il centro. Per strada ci fermiamo in un caffè di lusso dove ci danno una serie di talloncini favolosi che Carlito tiene per il rimborso spese: ricevuta, tagliando di controllo e simil-lotteria in una sola cedola.

Un’altra cosa che attira la mia attenzione è la passione dei cinesi per gli acquari. D’accordo che, come mi spiega Angelina, una mia amica corsa, che, casualmente, è in Cina nello stesso periodo in cui ci siamo noi e che costituisce la prima delle Shanghai Surprises, il pesce è un simbolo superpositivo, di prosperità e non so che altro, ma qui trovo tre acquari persino nel sottopassaggio della stazione metropolitana di Jing’an Temple, primo assaggio delle “mille luci di Shanghai”: due sono pieni di pesci tropicali da favola e il terzo è un’orgia di pesci rossi, rossissimi e tantissimi. Che sia una metafora?

La vera esperienza elettrica, però, è uscire dalla metropolitana a People’s Square. La piazza in sé è un enorme cantiere, un po’ come tutta quanta la città. Qui si lavora 24 ore al giorno, non esistono notti, né sabati né domeniche. Così a ogni ora possibile si vedono omini arrampicati su fragili impalcature in bambù, senza alcuna protezione: e non parlo dei caschi, questi signori non hanno neppure un’imbragatura e stanno in equilibrio su tronchetti sottilissimi.

In effetti la prima insegna in cui mi imbatto è un McDonald's, che, come i Kentucky Fried Chicken e gli Starbucks, è evidentemente sbarcato in forze a Shanghai (lo stesso vale a Pechino, scoprirò più tardi. In effetti in Cina ci sono già 600 McDo e da qui al 2008 (ora sarà fatto, immagino, n.d.v.) si prevede di aprirne altri 1000. All'orizzonte si profila una nuova razza di cinesi obesi. Il mondo ringrazia).

People’s Square non potrebbe essere più lontana dalla romana Piazza del Popolo, ma è una spianata circondata da costruzioni strabilianti. Come il teatro dell’Opera, scintillante nella sera, costruito secondo i dettami della geomanzia cinese, il feng shui, e che dunque, per esempio, non ha nessun ingresso sul lato ovest. Sulla piazza cantiere si affaccia pure il Park Hotel, costruito da tal Hudec nel 1933, per lungo tempo il grattacielo più alto di Shanghai (a proposito, nella pronuncia cinese la g non si sente quasi, sembra stare lì solo per addolcire l’aspirazione dell’acca. Misteri del pinyin, la trascrizione ufficiale del mandarino nell’alfabeto latino), ma oggi ampiamente sorpassato. E lo Shanghai Art Museum (1935), sul tetto del quale ceniamo, a prezzi assolutamente europei, per goderci la vista su questa strana spianata e farci stregare dai neon.

21 maggio 2008

Ripresina di Miracolo cubano - 15 agosto 2006 - Holguin-Playa Guardalavaca - “Amigos”

Flori a parte, Holguin non presenta granché da segnalare. Per la cena scegliamo il ristorante più figo, il Salon 1720, e ci fermiamo a bere un aperitivo nel patio. Qui incontriamo due bizzarri pistoiesi, arrivati qualche giorno fa a Santiago de Cuba, che, dunque, fanno il giro opposto al nostro. Visto quanto il mio amico fotografo Marco prima e Flori poi (senza contare guide e libri) ci hanno magnificato Baracoa chiediamo anche a loro che ne pensano. Non sembrano entusiasti: “bella, sì sì”, ma è come se restasse sottinteso un “però” che non riceve voce. Ma come diavolo sarà Baracoa?
La cena, frattanto, non è niente male. Anche se i due veneti che siedono all’unico altro tavolo occupato nella nostra sala guastano leggermente l’ambiente. La tarritudine sembra essere il loro credo e quando, per concludere il pasto, chiedono alla cameriera “un amaro”, proprio così, in italiano, tranquilli al punto che mi stupisco non chiedano direttamente “un Averna”, fatico un po’ a non ridere. Un paio di rhum più tardi, comunque, se ne vanno. E, fortunatamente, non ci capiterà più di incrociarli.
Il mattino dopo Pinocchietto e io siamo pronti ad affrontare il cammino fino alla Playa (Guardalavaca). Un tragitto tranquillo. Persino troppo, visto che non incontriamo neppure un autostoppista. Finché, a turbare una quiete che rasenta la noia, si introduce nientemeno che un’autoambulanza. Il conduttore si sbraccia, strombazza, quasi urla e ci fa cenno di accostare. Confesso che mi spavento: che sarà mai successo? L’ambulanziere si ferma accanto a noi e scendiamo quasi simultaneamente dai rispettivi veicoli. Già va meglio: il ragazzone in questione ci viene incontro con un sorriso a piena dentatura, “Amigos”. Ci ha fermato perché vorrebbe invitarci a pranzo a casa sua, a Holguin. Decliniamo l’offerta e chiacchieriamo un po’. Poi ciascuno riparte verso la propria meta. “Ma se passate da Holguin, mi raccomando, venite da me”.


(nell'immagine: c'è che un Che ci sta sempre. Questa foto di foto è stata scattata in un negozio dell'Avana)

19 maggio 2008

8 agosto - ultimo giorno a Lhasa

Ultimo giorno, dunque ultima sera a Lhasa per noi e per molti altri. Non so più chi (Gigi e Ale, mi pare) lancia perciò l’idea di un’ultima cena tutti insieme e, non so più per quale misterioso motivo, tocca a me fare il tam tam. Tutti d’accordo, compreso il misterioso francese solitario, tal Christian, che non spiccica una parola di inglese. Con Gigi, Ale e i due spagnoli ipotizziamo che si potrebbe andare al New Mandala ma, mentre siamo tutti alla reception in attesa di partire alla volta del primo dei due templi della giornata - entrambi a parecchi chilometri da Lhasa, probabilmente in direzioni opposte - i piani mutano.
Non so come l’idea della cena di gruppo è giunta alle orecchie della nostra guida (ma chi lo vuole? la maggior parte di noi non lo sopporta proprio), la quale, of course, ha tutt’altro parere sul ristorante: ne propone uno con cena-spettacolo e, a parte Antonio e me, tutti sono entusiasti perciò il dado è tratto e il fenomeno prenota per il gruppo.
Il peggio ha da venire: il suo massimo lo raggiunge quando lascia a terra almeno cinque persone tra un monastero e l’altro. Tra viaggio e visita il primo si porta via l’intera mattinata, così, quando ci fermiamo per la pausa pranzo, di nuovo a Lhasa, il nostro ci concede 45 minuti. Carlito e io ci fiondiamo in quello che sembra un posto carino, dove lo chef appare assai deluso che desideriamo soltanto un sandwich o, comunque, la cosa più veloce che possa prepararci. Ci accordiamo su un hamburger e sottolineiamo che abbiamo fretta. Come non detto: 35 minuti dopo siamo sempre in attesa e cerchiamo di fargli accelerare i tempi. Le patatine non sono pronte, ci dice, e gli hamburger dovrebbero cuocere ancora un po’. Rinunciamo alle patatine che, comunque, come avevamo cercato di spiegargli, non volevamo, e chiediamo di avere gli hamburger all’istante. Arriviamo all’appuntamento al pelo. Il detestabile Cicerone è in preda a fibrillazione. Ci fa salire sul pullmino superrapidamente e fa chiudere le porte. Gli chiediamo se quelli che mancano hanno rinunciato alla visita e, naturalmente, dice di sì. Peccato che non sia vero: francesi e portoghese vedono il pullman sfilare sotto il loro naso, mentre la guida offre un passaggio alla coreana, al giapponese e alle due polacche (che avevamo perso all’arrivo a Lhasa, visto che avevano acquistato solo il viaggio), che passano casualmente di lì. La fretta è dovuta, oltre che alla maleducazione e al menefreghismo della guida, all’orario di inizio del dibattito-lezione che si svolge nel monastero. Quando arriviamo è comunque già in corso e, a dire il vero, non si capisce cosa ci saremmo persi non vedendolo dal principio. Cinque/dieci minuti può essere interessante/folkloristico. Poi? Il tibetano è per tutti noi una lingua sconosciuta e, a quanto ho potuto capire, nessuno dei presenti è un esperto di filosofia buddista. Ne segue che siamo assai più felici quando torniamo allo shopping.
E che il morale sale alle stelle al solo pensiero che we are coming back home, cioè a Katmandu e al nostro appartamento al New Orleans Café. O casa, dolce casa.



(foto dal tetto di un tempio nei pressi di Lhasa)
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