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07 settembre 2006

A terra. Il giorno dopo


Se il tempo non fosse così contato avremmo potuto essere ancora su un’isola, magari a Santa Cruz, in cerca di Galapagos. Ma, bisogna ammetterlo, la “crocierina” è stata fantastica. A parte la mancanza di tartarughe. Abbiamo incontrato solo Pepe, cinquantenne in cattività nella missione di Puerto Baquerizo Moreno: è un maschio, rimasto a quanto pare unico membro della sua specie, trovato dai francescani quando si sono stabiliti sull’isola di San Cristòbal. Si paga un dollaro (o 5000 sucres) per vederlo: il costo del biglietto d’ingresso a un museo pieno di animali imbalsamati. Ancora più orribili, dopo che li si è visti vivi e vegeti.
In autobus, ormai diretti verso l’avenida dei vulcani, Daniele, Roberta, Pinocchietto e io veniamo assaliti da un atroce dubbio: non è che saremo gli unici quattro pirla al mondo a essere andati fin là e a non avere visto le Galapagos? Ai posteri.


(nella foto, presa su Google patoczka.net/Galapagos1/ images/: Pepe)

06 settembre 2006

Quinto giorno


Ultima mattinata. Con escursione all’isola Lobos dove facciamo una camminata e incontriamo un mucchio di sule piediazzurri (pare siano gli uccelli più noti delle isole e hanno straordinarie zampe color cielo intenso), che si corteggiano e covano le uova. Sembra quasi che noi quindici non abbiamo mai visto un uovo, vista la quantità di foto che riusciamo a scattare a questi nidi nel bel mezzo del sentiero.
In ogni modo: al termine del giro si arriva a una spiaggetta microscopica, che a volte c’è e a volte non c’è, con la sabbia bianca e l’acqua trasparente. Naturalmente, proprio per questo, vista la fortuna che ci perseguita, non c’è nulla da vedere, ma, spingendoci dove il mare si fa più torbido, Carlito e io riusciamo a scorgere una manta sotto la sabbia.
Dulcis in principio, comunque: il meglio della giornata, infatti, ce lo siamo presi subito. Roberta è venuta a chiamarci poco prima dell’alba per farci vedere il sorgere del sole (una rarità alle Galapagos in questa stagione, visto che, di norma, il cielo al mattino è sempre stato coperto) e le tartarughe marine che nuotavano proprio vicino al Darwin. Un’autentica emozione: sembra che volino nel mare con quelle loro zampe-ali. Ce n’erano di grandissime e qua e là, ogni tanto, spuntava un capino. Il migliore addio alle isole che potessimo avere.


(nella foto: una sula delle Galapagos, www.travel-pictures-gallery.com)

05 settembre 2006

Quarto giorno


South Plaza, dove ci sono le iguane di terra. Vediamo pure un supposto incrocio tra iguane di terra e di mare. Secondo Willy questo ibrido bianco e nero e un suo coetaneo (hanno tre anni) sarebbero gli unici e i primi esemplari di una nuova specie. Verosimile? Mah.
Saliamo poi sulla collina degli scapoli dove si rifugiano i leoni marini che non sono re e quelli che sono ormai troppo vecchi per soddisfare le loro mogli. Questi ultimi a volte non reggono la decadenza e si suicidano gettandosi sugli scogli. Le femmine vivono circa 20 anni mentre i re 14-15 e verso gli 11 vanno in pensione sulla collina. Ma, appunto, non sembrano tanto soddisfatti di questo ritiro forzato.
Pomeriggio all’isola di Santa Fé dove, finalmente, si vedono un po’ di pesci colorati. Dal dinguy, la barchetta d’appoggio che ci porta in giro quando il Darwin non può avvicinarsi troppo alla costa, vediamo anche qualche squaletto pinna bianca. Dopo il bagno in questa bella insenatura si sbarca per una passeggiata: sull’isola crescono cactus molto alti, anche se il cactus-record, 12 metri, è stato abbattuto dal Niño. La passeggiata termina su un viale di cactus (qui hanno una specie di tronco molto spugnoso, destinato a immagazzinare acqua) a strapiombo sul mare.
Su uno scoglio dormicchiano un leone marino e un fur seal, probabilmente disperso, visto che su quest’isola, di norma, pare non ce ne siano (fonte: l’infallibile Willy).


(nella foto: un'iguana marina sulla spiaggia dell'Isla Santa Cruz, www.4cornersclub.com)

04 settembre 2006

Terzo giorno


Sempre intorno a Santiago. Al mattino si approda (con sbarco asciutto, ovvero senza appoggiare neppure uno dei nostri sacri piedini in acqua) sulla costa orientale, a Sullivan Bay. Qui ci accoglie un magnifico paesaggio lunare di lava nera (pa-hoe-hoe, che, potenza dell’onomatopea, indica in un linguaggio locale il grido di chi poggia un lembo di pelle sopra una colata ancora calda. Almeno, questa è la teoria di Willy…). Ci sono aree che sembrano aver ospitato enormi cesti di vimini intrecciati, altre lisce come piastrelle d’ardesia, altre ancora che si presentano come bolle esplose.
In seguito ci trasferiamo sull’isola Bartolomé (con una strana protuberanza a punta che svetta verso il cielo chiamata Pinnacle Rock) e saliamo fino al faro (a 114 metri d’altezza), da cui si gode una superba vista su Santiago, sul suo vulcano e sulle baie delle due isole. Mai “meditation time” fu meglio scelto.
Al ritorno in barca per il pranzo ci attende lo spettacolo della pulizia del pesce. I nostri eroi dell’equipaggio hanno appena pescato un tonno. Tutto normale, apparentemente, ma noi, rientrando così nelle migliori tradizioni dei turisti alle Galapagos, ci siamo entusiasmati di fronte a quella sorta di comunione pagana. Mentre un uomo si occupa di squartarlo, pellicani, fregate e pesci in quantità hanno circondato la barca in attesa dei resti. Le fregate, incapaci di tuffarsi per pescare per via della scarsa impermeabilità delle loro piume, di solito rubano il pesce di bocca agli altri uccelli. In questo caso, però, hanno acchiappato al volo i brandelli lanciati in aria, proprio per loro, dal nostro marinaio.
Il pomeriggio trascorre tranquillo a San Bartolomé su una spiaggetta arancione. Con Roberta e Daniele facciamo una camminata fino a una seconda spiaggia che si trova sul lato opposto dell’isola. Non c’è quasi nulla tranne un po’ di rifiuti portati dalla marea (ahimé, sì), un pugno di granchi, un uccellino giallo molto carino (la dendroica) e qualche curiosa formazione in sabbia incrostata che potrebbe essere un incrocio tra un formicaio e una madrepora. In realtà sono le case dei vermi tubolari, che preferisco non incontrare (non so perché mi evocano i mostri di Arrakis di “Dune”, saga di Frank Herbert, nonché film di David Lynch). Torniamo a fare il bagno per uno snorkelling deludente, ma, dietro Pinnacle Rock, ci aspetta un pinguino delle Galapagos (è vero, è vero: qui tutti gli animali, o quasi, sono “delle Galapagos”; ma che ci possiamo fare noi se qui, quasi tutte le specie sono endemiche?), dunque bilancio ultrapositivo. Tornando al Darwin in barca, ne vediamo pure un secondo. La giornata migliore?


(nella foto: lava pa hoe hoe, da www.terragalleria.com

Secondo giorno


Si approda a Rábida, isoletta rossa vicino a Santiago. Vediamo un bel numero di otarie delle Galapagos (leoni marini) e cinque, dico cinque di numero, fenicotteri molto, molto rosa (gli è che ci devono essere tanti gamberetti, lì, e loro, si sa, ne sono ghiotti) nei pressi di una laguna interna.
Nel pomeriggio sbarchiamo invece sull’isola principale (c’est à dire Santiago, detta anche San Salvador), a James Bay, dove, incontriamo di nuovo gruppi di otarie. I cuccioli sono strepitosi ed, evidentemente, amano, o almeno apprezzano, gli umani perché sono felicissimi di esibirsi in tuffi e piroette davanti a noi. Esattamente come dei cuccioli d’uomo.
Dopo una breve camminata, arriviamo a una sorta di piscina naturale tra le rocce nere. Qui ci sono sei o sette esemplari di fur seals, o arctocefali delle Galapagos, chiamati così per la loro testa d’orso, coperta, of course, di una folta pelliccia. Poi ci capitano: una coppia di beccacce di mare americane dal lungo becco rosso, con il cucciolo; diversi aironi delle G. (lava heron in inglese); un mucchio di granchi rossi con la pancia azzurra e le solite, immancabili, iguane.


(nella foto: cucciolo di arctocefalo)

03 settembre 2006

Diario di bordo













Primo giorno
Già all’aeroporto di Quito, il 1° agosto, alle 7.30 del mattino, abbiamo conosciuto i primi due compagni di viaggio: Roberta e Daniele, una coppia di romani quasi coetanei (si fa per dire: lei ha 31 anni e lui 40) con la quale abbiamo poi proseguito il viaggio attraverso tutto l’Ecuador. E sempre a Baltra, ovvero sempre all’aeroporto, si sono aggiunti due svizzeri circa settantenni. Ma è solo una volta sbarcati sulle isole che incontriamo uno dei principali protagonisti del nostro microviaggio: Willy, la guida (di secondo grado, dunque decisamente buona, sostiene Daniele), alias “meditation time” per la sua mania di accordarci tempi morti, non richiesti, per la meditazione, soprattutto nelle situazioni più improbabili. Prima di farci salire a bordo Willy ci ha fatto un riassunto di “Istruzioni per il comportamento da tenere alle Galapagos” (in inglese, con grande disperazione del succitato Daniele, che della lingua di Albione, dice, “non capisce una mazza”) e, durante questo breve briefing, si è scoperto che: uno, nelle isole è severamente vietato fumare, lasciare o prendere alcunché; due, che è ancor più proibito (o quasi) toccare gli animali e, infine tre, che Pinocchietto, pur avendo pagato i regolamentari 100 dollari per l’ingresso nelle isole, ha tagliandini solo per 90. Così gli tocca sborsare dieci dollari in più.
Deuteragonista di Willy è il Darwin. Ovvero la barca, il rifugio, la cuccia. A motore, ma in legno (della serie: un colpo al cerchio e uno alla botte). E, naturalmente, il suo equipaggio. Cioè sette uomini che hanno fatto di tutto per coccolare i loro 15 passeggeri. Lupo, il cuoco, ci ha veramente viziato (anche se Pinocchietto è riuscito a lamentarsi perché non ci hanno mai servito né aragoste né gamberi. Ma si sa: ci sono quelli a cui manca sempre un soldo per fare una lira). A completare il gruppo si aggiungono poi il capitano, l’aiuto, il marinaio, il macchinista e il cameriere, Luìs (il mio preferito, soprattutto in virtù del fatto che io, pur essendo nettamente la più cicciona tra le ragazze a bordo – a proposito, ma ho ancora il diritto di chiamarmi ragazza? – sono la sua preferita, come la bionda israeliana, pazienza, pazienza, tra poco arriva anche lei, lo è del capitano e Roberta di Willy e, suppongo, di tutti gli altri).
Durante il tragitto da Baltra a Santa Cruz, ci dà il benvenuto a bordo una simpatica signora statunitense, Peggy, che viaggia con il marito (Paul), le tre figlie (Meggy, 22 anni circa, Hellen, 10-11 anni, bellissima e con l’apparecchio, e Ann o Anita, 6-7, dai meravigliosi capelli rosso tiziano) e la sorella, di cui ho scordato il nome. Si rivelerà una supermamma, davvero in gamba.
Restano invece in ombra gli orsi, tre giovani israeliani, una coppia più un amico, che se ne stanno molto per i fatti loro.
Comunque, una volta che i nuovi arrivati (alias le coppie di svizzeri, di romani, Pinocchietto e io) sono saliti a bordo, si salpa, per approdare, dopo una breve navigazione, sulla spiaggia di Las Bachas, sull’isola di Santa Cruz. È bianca, d’accordo, ma non presenta attrattive particolari. Si chiama Las Bachas a indicare i molteplici buchi sparsi qua e là e traccia dei nidi delle testuggini marine: lì sotto hanno deposto le uova. Più probabilmente, in verità, l’hanno fatto lì accanto, ci spiega Willy: neppure le tartine rughe sono così stupide da indicare esattamente a eventuali predatori dove trovare le ambite prede. A Las Bachas, intanto, vediamo i primi animali: qualche iguana marina (bestie nerissime ed estremamente diffuse sull’arcipelago), qualche fregata (nere anch’esse. Per chi non se ne intendesse, trattasi di uccelli. I maschi hanno una “tasca golare” rossa che gonfiano durante la stagione degli amori per attirare le femmine. Va da sé che noi l’abbiamo sempre vista floscia, visto che il periodo dell’accoppiamento è quanto mai lontano) e qualche bel cactus peloso.
Solo a posteriori abbiamo scoperto che un pomeriggio di benvenuto su questa spiaggia era un tantino sprecato, visto che avrebbero potuto portarci al Centro Darwin nell’interno dell’isola per farci vedere un po’ di Galapagos (sia pure in osservazione e in cattività). Ma che ci vuoi fare, gli altri c’erano stati la mattina.


(nella foto: fregata in amore)

02 settembre 2006

PRIMA DELL'ONDA NERA


Cinque giorni. Soltanto cinque giorni. Cioè neppure una settimana per scoprire il paradiso, meglio noto sotto il nome di Galapagos, le isole di Darwin.

È tutto quello che siamo riusciti a trovare a Quito: una minicrociera a bordo di una barca non troppo grande, a spasso per un arcipelago il cui nome fa rima con mito. Con la speranza di incontrare le enormi tartarughe, le Galapagos appunto e, al tempo stesso, con il desiderio che la nostra presenza non sia troppo devastante per quest’Eden già duramente provato lo scorso inverno, quello del 1998, dal Niño (e ora, mentre scrivo, a tre anni di distanza, ancor più ferocemente battuto dal naufragio di una petroliera nelle secche davanti a San Cristobal).


(nella foto: Sir Charles Darwin)
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