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19 maggio 2009

16 ottobre 2004 - Pechino, la città proibita e Tiananmen

Di fronte all’ingresso della città proibita Carlito e io siamo talmente confusi che finiamo per entrare dalla destra e perderci in una specie di luna park nel "People’s Culture Park". I giardini, a dire il vero, non sarebbero neanche male, il problema è che sono occupati da una fiera e da un congresso per la promozione dell’uso dello studio delle lingue straniere in Cina. Alla fine si parla dell’inglese e, come è normale a questo punto, in inglese. Liberatici dagli anglofili, riusciamo a guadagnare l’ingresso alla Città proibita che, con tutta la sua maestà, i suoi palazzi rossi, i suoi tetti gialli e i suoi magnifici soffitti dipinti in verde, blu e oro, è una delusione. Non so perché non dà affatto l’impressione di camminare nella storia, come accade invece all’acropoli o al foro romano o a Pagan. Intanto non si ha accesso ai palazzi per cui si indovina quel che si può dall’esterno. Per di più la quantità di turisti presenti è spaventosa. Sono quasi tutti in gruppo e quasi tutti cinesi, ma, indipendentemente dalla nazionalità, ogni volta che una porta o una finestra offre uno spiraglio sull’interno la calca è assicurata. Una delle cose più carine sono gli angoli del tetto del Palazzo della Purezza celeste, ovvero delle stanze dell’imperatore (mi pare sia quel tetto): gli antichi cinesi credevano che i fulmini colpissero le case negli angoli perciò li proteggevano con una serie di figurine in processione, draghi, leoni alati e animaletti più o meno mitologici vari, capitanati da un uomo a cavallo di una gallina. L’uomo in questione sarebbe la rappresentazione di un imperatore (forse) particolarmente malvagio che sarebbe stato impiccato al tetto. In un certo senso si tratta di un amuleto deterrente.
Anche la camera da letto dell’imperatrice attira per qualche istante la mia attenzione, se non altro per l’ideogramma della doppia felicità (nella foto) o della coppia. Dipinto in oro nella camera nuziale dell’imperatrice (pareti e porte rosse, alcune spose tuttora vestono in rosso per la cerimonia) e ancora oggi usato in qualche matrimonio. Tutti i cinesi che passano davanti alle porte dipinte con questo ideogramma in oro vi passano sopra le mani, tanto che ormai l’oro è quasi completamente scomparso. Inutile aggiungere che lo faccio anch’io.
Un po’ di tranquillità e anche un pizzico di atmosfera in più nei Giardini imperiali, con le solite formazioni rocciose, i padiglioni, la finta collina da cui l’Imperatore e l’Imperatrice si affacciavano a contemplare il loro mondo e il bellissimo acciotolato: un mosaico di sassolini che creano i disegni più delicati e complessi. Oltre agli alberi, naturalmente. Proprio all’ingresso del giardino due alberi intrecciati sono un simbolo di fedeltà, davanti al quale moltissimi cinesi si fanno fotografare.
Quando lasciamo la Città Proibita sono le due passate e decidiamo di andare a mangiare in un posticino in Dazhilan Jie. Il taxista ci lascia all’ingresso di un hutong, caratteristica via pechinese, commerciale. La parte est, pedonale, è praticamente un gigantesco mercato, con alcuni negozi bellissimi (le costruzioni, non tanto le merci). Il posto che cerchiamo si trova comunque nella parte ovest (al n° 37 della parte est c’è un negozio di coltelli e quando ci arriviamo io vengo presa da un senso di sconforto e penso che il “mio” ristorante abbia ormai fermato i battenti). Quando arriviamo al Tianhai Hostal ho comunque qualche perplessità: la Lonely Planet lo descrive benissimo, il grammofono in un angolo del banco, i serpenti sottovetro sempre sul bancone e le foto in bianco e nero della vecchia Pechino alle pareti. Quello che dimentica sono la polvere, la sporcizia e gli scarafaggi. Che, a prima vista, non contribuiscono certo a quella che la guida chiama “un’atmosfera fantastica”. Eppure. Eppure entriamo e ordiniamo da bere e da mangiare. Il cibo è più che buono, la birra la Yuan Yiin o qualcosa del genere che io preferisco alla onnipresente Tsin Tao. Per di più l’unico altro avventore presente, un ciccione che beve tè ipnotizzato da una sorta di telenovela cinese (a proposito: schermo anche qui) si rivela essere un eccellente fotografo. Ci mostra alcuni suoi scatti in bianco e nero davvero belli. Ci intendiamo a gesti e ci facciamo delle matte risate. Anche lui, come il taxista che ci ha portato fin qui, si diverte un mucchio quando scopre che siamo italiani. Ripete “Idaly, Idaly”, scuote la testa in cenno di assenso e giù una risata.
Veloce passaggio ancora a Dazhilan e poi taxi per il Jingshan Park, il parco della collina che domina la Città proibita. Vorremmo arrivare in cima per contemplare il tramonto sui tetti gialli che il sole morente tinge d’oro. La vista è bellissima ma la solita foschia rende il tramonto insignificante, cioè inesistente.
Scendiamo e costeggiamo tutta la cinta muraria della Città proibita per raggiungere piazza Tiananmen. A Pechino le distanze sono mostruose: camminare in questa città è un suicidio, ma detesto prendere i risciò e taxi lungo la strada proprio non se ne vedono. Comunque sconsiglierei vivamente di muoversi a piedi per Pechino, mentre camminare a Shanghai può essere molto molto piacevole.
A piazza Tiananmen scopro i messaggi di Angelina che ci dà appuntamento al Novotel Peace Beijing per le 19.15. Praticamente è già ora di proseguire e, strano a dirsi, per una volta i nostri eroi, Véro, Angel e Arnaud, sono puntuali. La ragione è presto detta: il ristorante che hanno scelto, specialità anitra alla pechinese, termina il servizio alle 20.30. Il nostro tassista non sa manco dove si trovi, quindi segue il taxi dei francesi e ogni tanto compie acrobazie nel traffico. Comunque arriviamo sani e salvi nel quartiere di Qianmen. Fuori dal ristorante ci attende una lunga coda dove mi pare che i turisti siano più numerosi dei cinesi. Ma è quasi un fifty fifty. In compenso c’è una folla di mendicanti, come finora in Cina non ne avevamo incontrate, che chiedono soldi, ti tirano, ti toccano, ti supplicano. Il locale è una specie di mensa. Pavimenti appiccicosi e tavolacci. Non c’è scelta: solo menu anatra alla pechinese. Così Angelina, che è vegetariana, si deve accontentare di due piattini di verdure fredde che non hanno l’aria granché invitante. In effetti servono praticamente solo la pelle dell'anatra, quindi ci facciamo le nostre crêpes abbastanza goduti. Véro, per di più, non le ha mai mangiate e per lei è una vera festa.
Terminiamo la serata al bar del Novotel, dove dormono Angelina & co. e qui il nostro viaggio in Cina si conclude con un intermezzo assai poco cinese. Nella hall appaiono Jean-Michel Jarre, in Cina per il megaconcerto di apertura dell’anno della Francia in Cina, e la sua nuova compagna, Anne Parillaud. Angél, che di Jarre se ne frega, decide che il suo diario di viaggio sarebbe comunque nobilitato da un autografo e mi chiede di accompagnarla. Arnaud, vigliacco, ne approfitta per fare una foto a tutti e tre (la terza sono io, visto che la Parillaud si è defilata appena messo piede nella hall dell’hotel), così mi ritrovo a Pechino immortalata, si fa per dire, con Jarre. E mi domando: ma cazzo c’entra con la Cina?

12 maggio 2009

15 ottobre 2004 - Pechino e la Grande Muraglia

Si parte tardi, alle 11 passate, destina- zione Mutian Yu. Sul pullmino che ci passa a prendere al Jianguo ci sono già tre australiani che hanno appena fatto amicizia. Due di loro, Simon e la fidanzata, sono di origine cantonese. Simon, poi, ha studiato anche il mandarino a Singapore ed è una vera miniera di informazioni.
Per raggiungere Mutian Yu impieghiamo circa un’ora e mezza. Il calcolo del tempo è molto approssimativo perché ci fermiamo a mangiare lungo la strada. Kevin, la nostra guida, che in effetti non sa granché, è un soggetto da urlo. Prima volta che saliva a piedi sulla Grande Muraglia (di solito prende il cable car, ovvero la funivia). Ci tiene molto al fatto che andiamo a pranzare prima di andare alla Muraglia. Per essere in forze, dice lui, per attirarci nella solita farm, pensiamo noi. In questo caso si tratta di cloison, tecnica antica di pittura sul rame.
Raggiungere la muraglia anche a piedi è abbastanza agevole: in sostanza si tratta di salire una serie di scale. Una volta in cima lo spettacolo è mozzafiato: il deserto dei Tartari non ha mai raggiunto significato più pieno. Guardo tra un merlo e un altro della Grande Muraglia (nella foto) e vedo montagne, alberi, ancora muraglia e torri di guardia. In effetti mai panorama violato dall’uomo mi è sembrato così grandioso. E così armonioso insieme. La Muraglia è sì un’immensa ferita nella terra - originariamente circa 10 mila chilometri, oggi più o meno 6 mila - ma, al tempo stesso, sembra conferire nobiltà al paesaggio. Kevin ci dice che un milione di uomini hanno lavorato alla costruzione di questa meraviglia (che per la verità è stata costruita e ricostruita più volte nel corso del tempo) e che uno dei nomi con i quali è conosciuta è “il più lungo cimitero vivente”. In ogni caso è facile passare ore a camminare su e giù lungo questo immenso, favoloso muro.
Al ritorno il percorso è più lungo (non per scendere, ché, anzi, si va davvero rapidi, quanto per il rientro in città): ci mettiamo un po’ più di due ore. È vero anche che ci perdiamo, causa lavori in corso e deviazione imprevista. Ma il vero handicap è il traffico che, a Pechino come a Shanghai, è pazzesco. Anche Pechino, tra l’altro, puzza ed è mostruosamente inquinata.
A cena abbiamo prenotato (bè, ovviamente abbiamo fatto prenotare) al CourtYard per le 20.30. Usciamo un po’ in ritardo, alle 20.05, ma abbiamo solo quattro fermate di metro: da Yong An Li a Tienanmen Dong. Poi si dovrebbe poter raggiungere il ristorante a piedi. La prima stoccata è che il metro di Pechino non ha niente a che vedere con quello di Shanghai: sembra quello di Milano in versione più sgarrupata. Comunque deve avere una quarantina d’anni. I biglietti si comprano solo allo sportello e poi c’è una signora in un gabbiotto che li controlla prima dell’accesso alle banchine. La seconda stoccata è che, come al solito, sono una frana a leggere le cartine. Dunque camminiamo, camminiamo, camminiamo (in pratica costeggiamo piazza Tiananmen) e ci ritroviamo lontanissimi dal ristorante. Così, siamo costretti, visto che all’orizzonte non ci sono taxi, a prendere un risciò. Il ciclista conducente in questione è una specie di pazzo scatenato che si butta addosso a bici, macchine e auto sfidando la sorte ma facendola sempre franca. Bene o male arriviamo alla meta, sia pure con mezz’ora di ritardo. Il ristorante mi consola di tutto. Vista su Città proibita e pescatori. Dieci e lode.

05 maggio 2009

14 ottobre 2004 - Bye bye Shanghai

Diverse abitudini alle toilette. Al parco Zongshan il bagno è un locale completa- mente piastrellato di bianco con due buchi-canale paralleli alle pareti laterali destinati allo scorrimento della pipì e del resto. Bassi muri, sempre piastrellati, separano gli spazi pseudoindividuali. Culo libero e all’aria, cioè: le porte queste sconosciute.
Vi sembra una sciocchezza di cattivo gusto? Eppure il 17 novembre 2004
a Pechino si è tenuto il vertice mondiale delle toilettes. Vi si parla di cose serissime come la protezione dell'ambiente, la salute pubblica e i diritti dei disabili, nonché di abbattere vecchi e irrazionali tabù. Eppure, a introdurre i lavori che per tre giorni (17-19 novembre) impegnano 400 delegati provenienti da tutto il mondo, viene proiettato un documentario che illustra senza ombra di ironia la storia dei cessi pubblici in Cina. Per esempio, il documentario informa che una delle più moderne toilettes pubbliche della Cina è stata costruita sotto piazza Tiananmen secondo i più avanzati criteri sanitari: porte automatiche, pavimenti in marmo (o qualcosa di molto simile), riscaldamento d'inverno e aria condizionata d'estate. Molti residenti di Pechino affermano di non averlo mai saputo ma devono essere una minoranza se è vero che - come afferma lo speaker - riceve una media di seimila visite al giorno.
Inoltre, si apprende che il livello delle toilettes pubbliche, come quello degli alberghi, è determinato dalle stelline che gli vengono assegnate: dalle quattro in giù. In quelle a quattro stelle, come quella underground della piazza più famosa della Cina, le tavole delle tazze sono state decorate da artisti famosi. In alcune delle 740 nuove toilettes pubbliche della capitale il tetto è trasparente così che, afferma lo speaker, "sembra di essere in Paradiso".
"Col miglioramento delle condizioni di vita - prosegue il documentario - è aumentata la frequenza con la quale si usano i bagni", affermazione indubbiamente vera, ma che strappa una risata alla platea. Il Comune di Pechino - che con l' Ufficio del Turismo provinciale e la World Toilet Organization, fondata a Singapore nel 2001 - ha sponsorizzato il vertice, si è impegnato a fondo nella preparazione delle Olimpiadi del 2008 e ha investito nel miglioramento delle toilettes pubbliche della città 500 milioni di yuan (50 milioni di euro) nei tre anni passati.
Un'altra risata risponde allo speaker del documentario quando dice che "in accordo col concetto di unificazione tra città e campagna" parte dei soldi sono stati impiegati per la ristrutturazione dei gabinetti di villaggio.

... and welcome to Beijing
Ah, il sole tramonta prestissimo, almeno in questa stagione, tanto a Shanghai come a Pechino (siamo appena atterrati, 17.31, e ho visto il bel disco rosso): attorno alle cinque e mezza, appunto.
Pechino: gran casino. È la prima impressione all’aeroporto. I nastri trasportatori girano a vuoto, girano e girano, al numero 17, al 14 e al 15, che continua comunque a girare, non ci sono voli annunciati. Dunque, non c’è nessuno. Al 16, il nostro, sono raggruppati tre voli, perciò c’è una ressa disumana.
Un’altra cosa che mi colpisce è il tetto dei caselli autostradali di Pechino che è fatto ‘a pagoda’ e decorato quasi come un tempio.
Bon, di Pechino, per ora, non abbiamo visto nulla. Siamo arrivati con un’ora di ritardo, poi bagagli, taxi, albergo e quando scendiamo nella hall sono già le otto. Morale: tentativo di prenotare al ristorante consigliato dalla Lonely Planet fallito perché è tutto pieno, si rimedia alla meno peggio con il Berena’s Bistro. Che ci svela l’arcano: a noi in Cina piacciono la cucina di Sichuan e quella pechinese, non quella cantonese che ci propinano in Italia, né, tantomeno, quella di Shanghai, che è piuttosto grassa. Risultato: mangiamo benissimo, comprese melanzane (braised) mitiche e pollo agli anacardi. A fine cena chewing gum per due e rosa per me. Igiene e cortesia.



(chiedo venia, ma la foto delle toilettes non ce l'ho, dunque vi beccate un po' di traffico umano a Shanghai)

31 marzo 2009

Metropoltrip - Toujours a Shanghai, toujours nell'ottobre 2004

Sguish, sguish, sguish. L’ho perso, è chiaro che l’ho perso. E poi chissene- frega: sono all’incirca in vacanza dopotutto. Posso permettermi di aspettare. “Nainain nannananannanainain”: mi giro mio malgrado e bestemmio dentro. Potrei anche bestemmiare ad alta voce, magari, tanto nessuno mi capirebbe comunque. La ragazza estrae un Motorola (ma non deve, non può essere un Motorola, siamo in Asia, perdiana) dalla sua sacca Louis Vuitton e risponde. Mi ripeto che sono qui circa in vacanza: lavoro ridotto al minimo insomma, giusto per pagarmi il viaggio. Perciò devo essere zen. Però, accidenti, siamo agli antipodi e sono perseguitata dalle stesse maledette, terrificanti suonerie dei cellulari.
Sguish. Sembra che scivoli. Non è un treno, è una nuvola express. Tutto è lucido, cromato, alieno. Come in uno spot. “Piccolo spazio pubblicità”, mi torna sempre in mente Vasco Rossi. Chissà che effetto farebbe diffuso dagli altoparlanti. Nessun effetto, presumo. Tranne che su di me.
Ora che ci penso: se fossimo agli antipodi potrei trovare normale che quaggiù tutto risulti capovolto. Ma non siamo agli antipodi. Non in senso stretto, almeno. Sto immersa in una sorta di ipnosi. In piedi, appesa a una maniglia come se ne dipendesse la mia sopravvivenza, ammaliata dallo schermo accanto alla porta. A Shanghai gli schermi sono ovunque: nel métro come all’aeroporto. E i cinesi guardano qualsiasi cosa venga loro mostrata. Quello che vedo fa schifo. Ma schifo vero: continuano a ritrasmettere l’immagine di un bambino che vomita. Forse è una candid camera. Di certo l’unica cosa che capisco sono le risate.
Sono in quasi vacanza. Sono le dieci della mattina e il vagone è quasi vuoto, c’è persino posto a sedere. Allora perché questo stronzo mi sta addosso? Ok, lo so, è la vecchia storia: per i cinesi quello che conta è lo spazio mentale, di quello fisico se ne fottono. Ma io sono europea, cazzo. E ai miei 30 centimetri di vuoto attorno ci tengo: per me è spazio vitale. Altrimenti soffoco.
Sguish. Le porte mi liberano. E riguadagno la superficie. Intanto penso alla prossima generazione di cinesi, destinati a crescere a furia di hamburger e patatine fritte. E a ingrassare. Fino a diventare obesi.
Sai che sballo, allora, incontrarli in metropolitana.


(foto: Shanghai, Xujiahui Underground Station - Chinese Tourist Office)

30 marzo 2009

13 ottobre 2004 - Shanghai forever

Oggi programma ambizioso: Exposition Center, Shanghai Museum e biennale al Shanghai Art Museum. In più mi tocca la ricerca di almeno una guest house carina nonché di un ristorante che possa segnalare nel mio pezzo.
Se avanza tempo, poi, mi piacerebbe tornare da Shanghai Tang. Peccato che usciamo tardissimo. Il ritmo zen ci è ormai entrato nella pelle.
Così, una volta terminato il giro all’Exhibition Center con la maquette della Shanghai del futuro, piuttosto deludente, è l’una passata. Consultati appunti e guida, decidiamo di vedere se il ristorante di cui ci ha parlato un’amica che è stata qui non tanto tempo fa, Alessandra, è a portata di piedi. Impieghiamo una mezz'oretta per orientarci attorno a People’s Square e alle due vie Nanjing, Nanjing Dong Lu e Nanjing Xi Lu (dove dong sta per est e xi per ovest), visto che Ale non ha segnalato di quale delle due si tratti. Una volta ritrovata la bussola, ci incamminiamo per Nanjing Xilu, una delle vie del commercio di lusso a Shanghai e veniamo attratti da due viette dall'aspetto singolare (la Wujiang Lu e la QingHai Road Beer Street, come scopriremo più tardi), ma, fedeli alla linea e, soprattutto, allo stomaco vuoto, proseguiamo verso la nostra meta. Il ristorante di Ale, in una corte interna, promette meraviglie. Ha un solo difetto: apre alle cinque del pomeriggio. E chiude, come la stragrande maggioranza dei ristoranti di Shanghai, alle 10 di sera. Quindi siamo costretti ad arrangiarci altrove.
On the way back un orologio da strada mi folgora: sono le 4 e 20 e qui tutti i musei chiudono attorno alle 5. Tanto vale che visitiamo le due viuzze e cerchiamo, alla svelta, un albergo da segnalare. Con la solita fortuna, laturistasmarrita scopre che uno degli indirizzi in programma è assolutamente a portata di piedi. La Villa, tra l’altro, pur non essendo particolarmente economica, valeva l’aller-retour al quale ci siamo sottoposti.
Comincio a essere stanca, ma mancano ancora le due viuzze e mi dico che, forse, il metro possiamo riuscire a prenderlo una fermata prima di People’s Square. Ma non prima di aver dato un'occhiata ai promettenti vicoli individuati qualche ora fa. Wujiang Lu, la via gastronomica, è una scoperta che merita. Qui si vende e si prepara cibo senza soluzione di continuità: un locale via l’altro; raramente ci si può sedere ma lo spettacolo è quello di una vera festa culinaria. C’è chi fa ravioli in serie, chi cuoce spiedini di calamari e chi ci propone la versione shanghaiese del pizzaiolo napoletano. Il tizio in questione rotea la palla di pasta fino a quando diventa un enorme disco sottilissimo, poi lo posa e rompe un uovo al centro. I suoi movimenti sembrano parte di un rituale: spennella l’uovo per spargerlo uniformemente sulla superficie, dissemina una manciata di erbe e ripiega i lembi verso il centro per chiudere il tutto. Poi passa il preparato a un altro uomo, che si occupa della cottura su piastra. Questa specie di focaccia cinese ha l’aria squisita ma sono troppo piena per tentare di assaggiarla. L’altra via è di gran lunga meno interessante, una brutta copia, fasulla e più lussuosa, della Wujiang Lu.
Nel frattempo il mio amore e io ci vediamo costretti a constatare che il tempo a Shanghai sembra andare più rapidamente che altrove. Il mio programma prevederebbe rientro in albergo, aperitivo al M’ on the Bund e cena con Angel, Véro, Arnaud e la fidanzata tedesca, Inès. Ottimismo ridondante: quando raggiungiamo l’hotel sono già le 7 e 20. L’aperitivo salta in automatico anche perché l’appuntamento al ristorante con il gruppo è per le 8.30. Amen, tanto il momento clou è previsto per il dopo cena: sosta al bar più alto del mondo, il Cloud 9, all’87° piano della Jin Mao Tower. Per raggiungere il locale tra le nuvole ci vogliono due ascensori, il primo porta fino al 54° piano, il secondo alla meta. Scovo un cocktail azzurro cielo (scelta niente affatto casuale) pas mal: il Cerulean (vodka, Martini dry, blue curaçao; ovviamente anche il nome non è affatto casuale). La vista sulla città scintillante toglie il respiro e dà persino un po’ alla testa. O che sia l’altitudine?



(dida: A Shanghai ravioli in serie)

27 marzo 2009

12 ottobre 2004 - Sempre Shanghai

Nebbia. Quando mi sveglio, alle 8 e 30, pratica- mente non si vede il parco di fronte all’albergo. Sarà per questo che la giornata procede con un ritmo zen. Per cominciare esco dall’hotel attorno alle 10 e mezza. Poi il taxista ha qualche problema a riconoscere quale sia esattamente la via dove abita Arnaud, tanto che, a un certo punto, spegne il tassametro. Così, quando, dopo qualche ingorgo e innumerevoli deviazioni, arriviamo a destinazione, mi chiede il biglietto su cui all’albergo mi hanno scritto l’indirizzo di Arnaud in cinese e lo corregge. Una perla.
Alle 11 e 35 sbarco dalle ragazze. Il tizio dei massaggi apre bottega a mezzogiorno, nel frattempo si potrebbe fare un salto al mercato dove potrei sempre cercare una borsa come quella di Véro, che, in fondo, non è niente male, e gli orologi con Mao, ma alla fine sembra che non sia il caso e anche il massaggio passa oltre. Perciò ci dirigiamo all’Antique Market.
A destinazione ci sono una serie di negozi-pagoda governativi e un incrocio di viuzze infestate da piccole botteghe. Ma l’avvenimento della mattinata è la visita alla più grande farmacia tradizionale di Shanghai. Angél ha diritto alla prima dimostrazione con una sorta di placche massaggiatrici elettriche. Ma non è convinta. Quasi tutte le commesse sono donne, forse tutte, vedo solo un uomo dietro un bancone. Ma, a quanto ci spiegherà poi la ragazza delle erbe, quello è il bancone dei medici. In ogni caso ciascuna cerca di attirarci verso il suo microreparto. Una rossa, che propone creme antirughe miracolose, conquista la nostra Angél e ci richiama verso il suo stand. Che, tra l’altro, è il più bello: un angolino proprio dietro una specie di altare eretto a un grande della medicina tradizionale cinese. Angelina compra di tutto: gelsomino, boccioli di rosa, ginseng e non so più cos’altro. Le scatoline in cui mettono i prodotti sono bellissime e le ragazze delle erbe molto, molto gentili. Ci invitano a sedere e ci offrono un tè. È davvero un’esperienza: in sostanza assistiamo a una vera e propria cerimonia. La ragazza con i capelli neri, che non parla inglese, dispone davanti a sé in fila cinque tazzine, tipo quelle che noi, in Occidente, usiamo per bere il saké, e, allineata immediatamente dietro, una fila di cinque bicchierini di volume equivalente. Poi versa l’acqua calda nella tazza cinese dimensione tazza da tè occidentale, che già contiene il tè e il gelsomino. Preme tutta l’infusione con un piattino e, tenendo quest’ultimo ben fermo perché le foglie non escano, versa un poco di tè in una microtazzina e un altro poco nel primo dei microbicchieri.Subito dopo comincia a travasare il tè dalla prima alla seconda tazzina, dalla seconda alla terza e così via fino all’ultima. Ripete la stessa operazione con i bicchierini. Riprende in mano l’ultima tazzina e ne versa nuovamente il contenuto nella prima. Vi immerge i bordi della seconda e compie l’operazione tutte le volte che è necessario per sciacquare al meglio le ciotoline. Butta il poco tè rimasto e replica il tutto con i bicchierini. Poi butta anche l’infusione della tazza grande. A questo punto versa nuovamente l’acqua bollente nella tazza con il tè e, dopo aver manovrato un po’ il piattino che la copre premendo gelsomino e tè, versa l’infuso nelle cinque tazzine e poi da ogni tazzina nel corrispondente bicchierino. Infine mette il bicchierino capovolto nella tazzina e distribuisce le tazzine con quel curioso cappellino, che ognuna di noi provvede a sfilare.
Così, dopo la farmacia, il mercato degli antiquari pare sciapo. Comunque riesco a comprarmi i tre orologi di Mao che volevo. Poi ci dirigiamo verso la bellissima casa da tè Huxinting, la più vecchia di Shanghai, e lo Yu Garden. La visita del giardino a prima vista sembra quasi altrettanto insulsa di quella del tempio dove siamo state questa mattina, ma in effetti è solo colpa dei troppi turisti. Quando riusciamo a scovare un angolo tranquillo finiamo per trovare il giardino bellissimo.
Per rientrare, stupidamente, decido di prendere un taxi, scordandomi del traffico. Morale: per coprire il tragitto dalla città vecchia all’albergo, che sarà questione di pochi chilometri, ci vuole parecchio più di un’ora. Quando arrivo in hotel trovo Carlito che non sta più nella pelle: oggi ha conosciuto il brivido della Formula Uno e pazienza se invece che una Ferrari ha guidato una Peugeot equipaggiata con motore a gas. Il circuito, lo stesso della F1, è straordinario, il pilota che li ha portati in giro si è divertito a fare lo spericolato e, dulcis in fundo, Carlito in persona ha potuto guidare la macchina.
A sera, dopo cena, una nuova Shanghai Surprise ci attende: all’angolo tra Henan Lu e Renmin Lu ogni sera si balla. Così mi trovo a pensare che è sempre quando mi distraggo che scopro le cose più belle: dall’aquilone alla cerimonia del tè a questo straordinario cha-cha-cha su Henan Road.



(nella foto: la nebbia avvolge Pudong e la torre della televisione)

26 marzo 2009

11 ottobre 2004 - Shanghai again

Mi sono ricordata di una piccola perla: ieri, in un giardinetto modesto vicino al caffè intorno al quale conti- nuavamo a girare, un tizio faceva volare un aquilone. Era altissimo, proprio come una grossa aquila, lontano lontano, magnifico. Un po’ di questa magia gli è rimasta appiccicata addosso anche quando il signore lo ha richiamato a sé e l’aquilone si è rivelato per quello che era: pezzetti di carta di giornale. E pensare che mio nipote Aurelio non riesce a far decollare il suo ‘cerf volant’ superaerodinamico.
In mattinata si va al Bund, il meglio di quanto rimane della Shanghai Anni 30. Malgrado la perenne foschia, ha un suo fascino. Di fronte si alza il quartiere degli affari, Pudong, che fino a 10 anni fa non c’era (era una zona agricola ci dice Chong, incontrato sul Bund) con la bellissima Oriental Pearl Tv Tower, diventata il simbolo di Shanghai. Sulla passeggiata del Bund, dove ci sono un mucchio di mendicanti, per lo più gravemente storpi, riscuoto molto successo, non so se sia merito, o colpa, del rossetto rosso. Un gruppo di cinesi, probabilmente in vacanza, praticamente costringe me a posare insieme alle mogli e Carlito a scattare la foto con la loro macchina; un altro, con cinepresa, vorrebbe filmarmi e intervistarmi (ma Carlito, per fortuna, è secco e perentorio nel dire di no). Anche ieri, a ripensarci, mi guardavano tutti, uomini e donne. Mi sembra di essere una star (non so perché a Carlito non succede) e ha un che di inquietante. Più tardi scopro che succede più o meno a tutte le donne occidentali e mi ridimensiono.
Pranzo per due per 32 yuan, cioè 3,2 €, birra compresa, ma io praticamente non ho mangiato. Che schifo la cucina cinese. Chi l’avrebbe mai detto? Altra nota curiosa: in questa specie di orrenda tavola calda il cameriere non ha voluto la mancia. Forse, come dice la miniguida, la mancia porta sfortuna o, piuttosto, è insultante. Ma finora, come dice l’altra guida, tutti l’hanno gradita. Qualcuno, come ieri al Kathleen’s 5, l’ha addirittura sollecitata.
Intanto ho mandato un sms ad Angelina, dicendo che nel pomeriggio ci sposteremo al mercato di Xiangyang; “ça tombe bien”: Véronique, l’amica di Angelina, e Angél ci vanno a pranzo. Così, sempre in metropolitana (sistema economico: la tariffa va a tragitto, da Zhong Shan Park, dove siamo in albergo, come da Jing’an Temple fino a People’s Square tariffa 2: 2 y, più o meno 0,20 € cioè, e ‘sto giro 3 y, mi pare), Carlito e io ci dirigiamo verso il mercato della moda, o meglio dei falsi, di Shanghai. Sul cammino ci perdiamo in negozietti vari, per esempio veniamo inghiottiti dalla Sony Gallery, che ha aperto un paio di settimane fa, e crediamo di incrociare la delegazione francese (Chirac compreso?), che è in giro per questi lidi per l’apertura dell’anno della Francia in Cina: Carlito e io vediamo sfilare lungo la Maoming Nan Lu un corteo di auto blu e al mio amore sembra pure di distinguere il viso di Barnier, il ministro degli Esteri, dietro un vetro fumé. Bah.
Il risultato è che, quando finalmente arriviamo alle soglie del mercato, Véro e Angél ne stanno giusto emergendo, perciò facciamo una pausa nel locale lì a fianco dove i sedili ai tavoli sono altalene biposto. Le ragazze ci mostrano gli acquisti: un orologio di Mao (anch’io!), un paio di borse Prada, una di Gucci, un portafoglio Dior collezione rasta e due Montblanc l’anno del dragone. Già che ci sono le due vogliono farci vedere anche un negozietto dove ci sono un sacco di cosucce carine e dove mi lascio sedurre da due o tre capetti. Al mercato, invece, è Carlito che fa incetta: giacca, scarpe e due polo. Le borse non mi piacciono: la griffe è decisamente urlata e la maggior parte è in vera plastica (il peggio è un portafoglio rosso in finto cuir épi). Quasi niente è normale, quasi tutto finto qualcosa. Per esempio, Louis Vuitton, che è sempre accuratamente nascosto (nell’interno della bottega o nei cassetti, mentre Dior, Gucci, Prada e compagnia sono tranquillamente esposti).
A cena incontriamo il bell’Arnaud, il figlio di Véronique, che vive e lavora a Shanghai da un anno, che ci fa un po’ da guida per locali della concessione francese, il quartiere dove abbiamo ciondolato per tutto il pomeriggio. Ci racconta, per esempio, che in una via qui vicino, fino a pochissimo tempo fa, c’erano un sacco di posticini, molto movimento etc. e che “il governo” ha fatto chiudere tutto per via della quantità di puttane. Ma a novembre pare che la serie di locali dovrebbe riaprire altrove.
Programma di domani: giornata “nanas”, con visita a un altro mercato ancora alla ricerca dell’orologio di Mao, massaggio e giro nella città vecchia.


(nella foto: la turista smarrita sul Bund)

07 novembre 2008

Shanghai Surprises

10 ottobre 2004 - Shanghai
L’aeroporto di Pudong ci accoglie con una bella zaffata di nebbia da smog alle 6.54 (il mio orario diceva 7.40, ora d’inverno?). Più che puntuali, insomma. Ma l’aria puzza da far schifo. Per il resto fa caldo. Il che significa che, a differenza di quanto immaginavo, qua non usa l’aria condizionata a manetta.

Visto che Carlito è qui per il Challenge Bibendum della Michelin, in compenso, possiamo salire sul pullman previsto per i partecipanti per raggiungere il nostro hotel; l’unico neo è che l’autobus in questione parte alle 8.30.
Per fortuna, il caffè dell’aeroporto non è male. Mi colpisce la raccolta differenziata (lo so, c’è anche a Malpensa, ma non proprio dappertutto). Per di più è diversa dalla nostra, almeno da quanto capisco dai disegnini: i rifiuti si dividono in organici, inorganici e 'pericolosi' o strani.

La prima sensazione, anche se siamo all’interno di un grosso autobus, è quella di essere un pigmeo in una selva di grattacieli: piccolo, piccolo, piccolo. Un po’ come accade a New York. (La sensazione, più tardi, si rivelerà diversa perché qui, per lo più, le strade sono larghe, perciò ci si sente meno schiacciati che in molti quartieri di NYC).

Come previsto (da me e un po’ meno dal Carlito) non si capisce una strafava. Il clacson è una specie di nuova divinità, il suo richiamo si fa udire quasi senza sosta. Le biciclette, che sono lungi dall’essere il principale mezzo di trasporto, sono comunque tantissime.

Percorriamo Yuyuan Lu, vicinissimo al nostro albergo, che è, secondo la ragazza-guida del pullman, un tipico “Shanghai boulevard”. E aggiunge: “non ne vedrete più molti; sono stati quasi tutti allargati”. Sarà per questo che, una volta sistemati e rifocillati, decidiamo di farcelo tutta a piedi, tanto più che porta verso il centro. Per strada ci fermiamo in un caffè di lusso dove ci danno una serie di talloncini favolosi che Carlito tiene per il rimborso spese: ricevuta, tagliando di controllo e simil-lotteria in una sola cedola.

Un’altra cosa che attira la mia attenzione è la passione dei cinesi per gli acquari. D’accordo che, come mi spiega Angelina, una mia amica corsa, che, casualmente, è in Cina nello stesso periodo in cui ci siamo noi e che costituisce la prima delle Shanghai Surprises, il pesce è un simbolo superpositivo, di prosperità e non so che altro, ma qui trovo tre acquari persino nel sottopassaggio della stazione metropolitana di Jing’an Temple, primo assaggio delle “mille luci di Shanghai”: due sono pieni di pesci tropicali da favola e il terzo è un’orgia di pesci rossi, rossissimi e tantissimi. Che sia una metafora?

La vera esperienza elettrica, però, è uscire dalla metropolitana a People’s Square. La piazza in sé è un enorme cantiere, un po’ come tutta quanta la città. Qui si lavora 24 ore al giorno, non esistono notti, né sabati né domeniche. Così a ogni ora possibile si vedono omini arrampicati su fragili impalcature in bambù, senza alcuna protezione: e non parlo dei caschi, questi signori non hanno neppure un’imbragatura e stanno in equilibrio su tronchetti sottilissimi.

In effetti la prima insegna in cui mi imbatto è un McDonald's, che, come i Kentucky Fried Chicken e gli Starbucks, è evidentemente sbarcato in forze a Shanghai (lo stesso vale a Pechino, scoprirò più tardi. In effetti in Cina ci sono già 600 McDo e da qui al 2008 (ora sarà fatto, immagino, n.d.v.) si prevede di aprirne altri 1000. All'orizzonte si profila una nuova razza di cinesi obesi. Il mondo ringrazia).

People’s Square non potrebbe essere più lontana dalla romana Piazza del Popolo, ma è una spianata circondata da costruzioni strabilianti. Come il teatro dell’Opera, scintillante nella sera, costruito secondo i dettami della geomanzia cinese, il feng shui, e che dunque, per esempio, non ha nessun ingresso sul lato ovest. Sulla piazza cantiere si affaccia pure il Park Hotel, costruito da tal Hudec nel 1933, per lungo tempo il grattacielo più alto di Shanghai (a proposito, nella pronuncia cinese la g non si sente quasi, sembra stare lì solo per addolcire l’aspirazione dell’acca. Misteri del pinyin, la trascrizione ufficiale del mandarino nell’alfabeto latino), ma oggi ampiamente sorpassato. E lo Shanghai Art Museum (1935), sul tetto del quale ceniamo, a prezzi assolutamente europei, per goderci la vista su questa strana spianata e farci stregare dai neon.

19 maggio 2008

8 agosto - ultimo giorno a Lhasa

Ultimo giorno, dunque ultima sera a Lhasa per noi e per molti altri. Non so più chi (Gigi e Ale, mi pare) lancia perciò l’idea di un’ultima cena tutti insieme e, non so più per quale misterioso motivo, tocca a me fare il tam tam. Tutti d’accordo, compreso il misterioso francese solitario, tal Christian, che non spiccica una parola di inglese. Con Gigi, Ale e i due spagnoli ipotizziamo che si potrebbe andare al New Mandala ma, mentre siamo tutti alla reception in attesa di partire alla volta del primo dei due templi della giornata - entrambi a parecchi chilometri da Lhasa, probabilmente in direzioni opposte - i piani mutano.
Non so come l’idea della cena di gruppo è giunta alle orecchie della nostra guida (ma chi lo vuole? la maggior parte di noi non lo sopporta proprio), la quale, of course, ha tutt’altro parere sul ristorante: ne propone uno con cena-spettacolo e, a parte Antonio e me, tutti sono entusiasti perciò il dado è tratto e il fenomeno prenota per il gruppo.
Il peggio ha da venire: il suo massimo lo raggiunge quando lascia a terra almeno cinque persone tra un monastero e l’altro. Tra viaggio e visita il primo si porta via l’intera mattinata, così, quando ci fermiamo per la pausa pranzo, di nuovo a Lhasa, il nostro ci concede 45 minuti. Carlito e io ci fiondiamo in quello che sembra un posto carino, dove lo chef appare assai deluso che desideriamo soltanto un sandwich o, comunque, la cosa più veloce che possa prepararci. Ci accordiamo su un hamburger e sottolineiamo che abbiamo fretta. Come non detto: 35 minuti dopo siamo sempre in attesa e cerchiamo di fargli accelerare i tempi. Le patatine non sono pronte, ci dice, e gli hamburger dovrebbero cuocere ancora un po’. Rinunciamo alle patatine che, comunque, come avevamo cercato di spiegargli, non volevamo, e chiediamo di avere gli hamburger all’istante. Arriviamo all’appuntamento al pelo. Il detestabile Cicerone è in preda a fibrillazione. Ci fa salire sul pullmino superrapidamente e fa chiudere le porte. Gli chiediamo se quelli che mancano hanno rinunciato alla visita e, naturalmente, dice di sì. Peccato che non sia vero: francesi e portoghese vedono il pullman sfilare sotto il loro naso, mentre la guida offre un passaggio alla coreana, al giapponese e alle due polacche (che avevamo perso all’arrivo a Lhasa, visto che avevano acquistato solo il viaggio), che passano casualmente di lì. La fretta è dovuta, oltre che alla maleducazione e al menefreghismo della guida, all’orario di inizio del dibattito-lezione che si svolge nel monastero. Quando arriviamo è comunque già in corso e, a dire il vero, non si capisce cosa ci saremmo persi non vedendolo dal principio. Cinque/dieci minuti può essere interessante/folkloristico. Poi? Il tibetano è per tutti noi una lingua sconosciuta e, a quanto ho potuto capire, nessuno dei presenti è un esperto di filosofia buddista. Ne segue che siamo assai più felici quando torniamo allo shopping.
E che il morale sale alle stelle al solo pensiero che we are coming back home, cioè a Katmandu e al nostro appartamento al New Orleans Café. O casa, dolce casa.



(foto dal tetto di un tempio nei pressi di Lhasa)

20 febbraio 2008

6 agosto - Gyantse-Lhasa - Cinesi

“Day 5 - Gyantse- Lhasa (3650 m): 261 km. Ovvero: si galoppa. Full day picturesque drive crossing over Karola (5010 m), Kambala (4794 m), colourful Yamdrok Lake and the Tibetan lifelineriver Brahma Putra (Yarlung Tsangpo). Overnight at hotel”.
L’albergo era leggermente peggio di com’era sembrato a prima vista (la doccia funzionava davvero male e gli asciugamani erano zozzi ma, per fortuna, avevamo i nostri).
Il viaggio verso Lhasa, invece, non è drammatico: un po’ di sterrato, più o meno fino alla pausa pranzo, ma senza grandi buche, né frane, né salti. Nella cittadina dove ci fermiamo a pranzare le donne vendono collane di formaggio di nak. Ale ne compra un filo e ci fa assaggiare un paio di bocconi. Non che valga granché, una vaghiiiiiiiiissima somiglianza con il pecorino, ma quasi nessun sapore; in compenso, si fa per dire, con nostro sommo stupore il formaggio in questione si rivela dolce.
Dopo questa discutibile esperienza gastronomica, la guida ci indica un ristorante che non mi ispira né punto né poco. Carlito e io ci incamminiamo perciò lungo quella che sembra l’unica strada del luogo e scoviamo un posto che ci sembra meglio. Il tavolo più grande è occupato da una comitiva di turisti cinesi accompagnati da una guida che parla un po’ di inglese. Ci assicurano che il locale è pulito e ci sediamo per pranzare. Come sempre ci servono d’ufficio il tè, mentre noi ordiniamo carne di yak e patatine fritte. Mal ce ne incoglie perché sono entrambi immangiabili: la carne secca, dopo la scena delle immonde bestie intere che ho visto appese a seccare al sole al mercato di Gyantse, già non mi va molto (e un po’ la faccio andare di traverso anche a Carlito che, pure, di sanguinolento animale appeso con corteo di mosche non ne ha visto manco uno), quanto alle patate, tagliate a fiammifero, sono crude. Ma non importa, i cinesi sono molto curiosi e ci fanno un sacco di domande. Così finiamo per trovarci in una situazione ribaltata rispetto a “Lost in translation”: noi diamo risposte semplici, per lo più banali, e quasi sempre piuttosto brevi (anche perché l’inglese della guida è piuttosto basic), ma quando la ragazza traduce sembra che faccia autentici discorsi, invariabilmente molto più lunghi delle nostre risposte, e scatena gridolini eccitati e grandi cenni di assenso nel suo gruppo/pubblico. Misteri della tradu/di/zione.
Fuori dal paesello la strada migliora nettamente: i cinesi, che venivano da Lhasa e proseguivano verso Shigatse, per poi tornare nella capitale (molto più furbi di noi, decisamente) hanno capito tutto. Che i gridolini fossero di stupore per la nostra imbecillità?
Arriviamo a Lhasa attorno alle cinque del pomeriggio. Tanto per cambiare non siamo granché soddisfatti della posizione dell’albergo scelto da quel cretino della nostra guida e tentiamo, con gli americani David e Melissa, Antonio ed Esther, di dare il via a una ribellione, ma l’entusiasmo si smorza quando David, che ha chiamato l’hotel da noi scelto sulla base della solita Lonely Planet, il Mandala, ci informa che non c’è posto. Per una volta, però, ci sbagliamo: il Flora ha camere decisamente carine, a tre letti, niente fetida moquette sul pavimento, un bel getto della doccia, fin troppa acqua calda e lenzuola e asciugamani sono puliti. È un po’ più fuori mano del Mandala, ma i due sono separati da cinque minuti di strada, più o meno. E poi si trova nel quartiere musulmano di Lhasa che probabilmente ci sarebbe sfuggito se non avessimo soggiornato al Flora. Ultima nota? La colazione è ottima, persino meglio del mio adorato New Orleans Café di Katmandu.
Una volta convinti che l’albergo va bene, usciamo con i due spagnoli alla ricerca della Bank of China, l’unica dove cambino valuta straniera e dove, secondo la receptionist, si possa ritirare denaro con la Visa. Carlito e io non abbiamo un solo yuan, mentre all’altra coppia ne rimangono appena 40. Pensavamo di prendere un taxi ma Antonio, sicuro di sé, ci fa strada verso il Potala. Attraversiamo il quartiere musulmano, raggiungiamo il mercato, prendiamo una larga via cinese e moderna e arriviamo in vista del Potala, ma circa 500 metri a sinistra della piccola Tien An Men, come abbiamo ribattezzato l’immensa piazza che si stende davanti a quella che un tempo era la dimora dei Dalai Lama. Non c’è traccia di nessuna Bank of China. Proviamo a entrare a chiedere in un’altra banca, ma, accidenti a noi, che dovremmo ben saperlo, non capiscono né il nostro inglese né i nostri gesti. Esther ricorda di aver visto la famigerata Bank of China nei pressi del Potala quando siamo passati di qui a bordo delle jeep, ma ritrovare il punto preciso è ben altro affare. Carlito decide, chissà come, che la banca si trova dall’altro lato della piccola Tien An Men (500 m per lato, secondo la Lonely) e partiamo verso l’ignoto. Attraversata la piazza siamo esausti e sempre a mani desolatamente vuote. Chiediamo indicazioni a destra e a manca e riceviamo le risposte più disparate. L’unica certezza è che qua non c’è traccia della Bank of China.
Esther e io decidiamo di prendere in mano la situazione e di riattraversare la piazza in direzione di una banca qualsiasi che abbia uno sportello con marchio Visa. Per averci provato stamane sappiamo già che è probabilmente inutile perché, come è prevedibile, qui i Bancomat parlano soltanto in cinese ed è impossibile per noi dare loro istruzioni. Ma magari chissà. Insomma, personalmente sono colma di fiducia, mi metto in fila e arrivo pure a protestare con un paio di tizi (e tizie) che cercano di passarmi davanti e che, di fronte al mio gesticolare, si dissolvono. Il lampo di genio arriva quando osservo meglio i due cinesi davanti a me: sono giovani, trendy e decisamente turisti. C’è qualche chance che capiscano un po’ d’inglese perciò mi faccio avanti e chiedo loro di aiutarmi a prelevare. Strike. Mi guidano nelle risposte da dare alla macchina e si girano educatamente quando compongo il mio Pin. Vorrei offrire loro qualcosa ma declinano l’invito. Autentici angeli (come sempre in coppia visto che si tratta di proteggere la turista smarrita; uno, poverino, non basterebbe).


(nella foto: il lago Yamdrok, a oltre 4000 metri d'altezza sulla strada verso Lhasa)

24 gennaio 2008

4 agosto - Tingri-Shigatse - Com'è bella la città

“Day 3 - Tingri/ Lhatse- Xigatse (3900 m): 224 km - Programma massimo. Ecco il giorno del nostro scontento. La notte del nostro scontento, invece, è quella appena trascorsa. O no? Continue scenic drive crossing over Gyatchu La (5220 m), the highest pass en route to Lhasa via Lhatse from where a road to Mt. Kailash bifurcates to the west. Overnight at hotel”.
Qui comincia l’avventura. La notte è, bene o male, anzi più male che bene, trascorsa. Geneviève è stata malissimo: brividi, probabilmente febbre, e vomito. Carlito sta appena un po’ meglio ma per ora sembra resistere. Frédéric e io non abbiamo niente di che ma abbiamo dormito a intermittenza. Di fatto molti hanno sofferto, come minimo, un mal di testa bestiale.
Il programma prevede colazione alle 6.30 e partenza alle 7, visto che abbiamo un mucchio di strada davanti a noi. Purtroppo, però, noi quattro abbiamo cominciato a dormire sul serio soltanto al mattino e alle 7 passiamo bruscamente dal sonno alla veglia. Poco tempo per una toilette davvero sommaria e per mettere via i sacchi a pelo e i pochi altri oggetti che abbiamo tirato fuori dai bagagli. Poi si torna a bordo.
La guida, oggi, vorrebbe sistemare due persone davanti, all’occorrenza la coreana e me, ma l’autista, molto più saggio del nostro accompagnatore, si rifiuta. Il risultato è che la guida finisce per spostare la coreana su un’altra jeep (quella di Geneviève, Frédéric, Michela e Bruno). Così, d’ora in poi, noi quattro italiani saremo gli unici ad avere il privilegio di viaggiare in tre sul sedile posteriore e in due, autista compreso, su quello anteriore. Gigi dice che probabilmente abbiamo avuto questa concessione perché siamo gli unici che hanno protestato. In effetti, scopriremo poi, la supposta guida funziona proprio così.
Partiamo a stomaco vuoto per fare sosta quasi immediatamente di fronte a una montagna, quasi completamente nascosta dalle nuvole, che l’imbecille che ci accompagna pretende sia l’Everest. In effetti, ieri, all’ultimo stop, ci aveva assicurato che al mattino avremmo potuto contemplare sua altezza addirittura “from your window”. Peccato che tutti noi avessimo soltanto una modesta finestra sul cortile.
La fermata, opportuna così così, ci avvicina ulteriormente ad Antonio, un andaluso di Granada, che è una furia di simpatia. I primi contatti sono avvenuti ieri sera quando mi si è avvicinato nel cortile per informarmi che “la vera avventura, qui, è andare alle toilettes”. Poi ci siamo ritrovati a cena nel ristorante (?) tibetano dell’albergo, uno di quei posti che ripropone l’eterna domanda che già ci inseguiva cinque anni fa in Mustang: ma perché sono così zozzi? Pazienza non ci fosse l’acqua ma qui ce n’è ovunque, perché non si lavano? Né lavano le loro tende, i tavoli, i pavimenti. Nulla. Anyway, Antonio ha cominciato a farci scompisciare dalle risa ieri sera e continuerà per tutto il tempo che passeremo insieme.
Dopo i ridicoli tentativi di fotografare un monte che non si vede, prendiamo nuovamente il via. Fino a Lhatse la strada non è un granché ma è più che praticabile. Alessandra sta male e, a un certo punto, fa fermare la macchina. Si sale, si sale e si sale, sta male anche Carlito. Poi si sale ancora, fino a un passo da 5220 metri.
Quando ci fermiamo per il pranzo, la troupe è decimata: Frédéric è un cencio sbattuto (ma per fortuna Geneviève è quasi tornata alla normalità), Carlito ha una faccia che fa spavento, molti non scendono neppure dalla jeep e quasi tutti, me compresa, ordinano solo riso in bianco. L’unico che mangia con un appetito da leone è Dave, il newyorchese che vive in Florida; non si sa come a lui l’altitudine gli fa un baffo (ma si scoprirà poi che Dave, qualche giorno fa, era al campo base dell’Everest, dunque è chiaro che gli eventuali problemi li ha superati da un pezzo).
Riprendiamo il cammino e la strada è sempre una merda. La ragione per cui percorriamo questa strada disastrosa è che i cinesi stanno costruendo e sistemando una nuova strada più o meno parallela a questa e i lavori creano un casino mostruoso. Arrivare a Shigatse è una pena, ma all’ingresso in città tutto cambia: le strade sono perfette e asfaltate. Passiamo accanto all’area storica, attorno al Tashihunpo Monastery (che visiteremo l’indomani) e troviamo Xigatse, la seconda città più grande del Tibet, gradevole se non bella. Peccato che le nostre jeep si dirigano verso la periferia e si fermino davanti a un hotel che la Lonely Planet stronca. Dico alla guida che non voglio dormire lì e Antonio rincara. Invece, siccome in albergo non c’è posto per tutti, noi siamo i primi a cui viene assegnata una camera.
Ho parlato troppo presto, non è poi così male: la doccia è ottima, le lenzuola e gli asciugamani puliti. Peccato per la moquette e per le testiere del letto che sembrano aver raccolto l’unto di generazioni di teste. Sapremo poi che il secondo albergo era molto, molto migliore, quasi di lusso per gli standard tibetani.
A cena fatichiamo a spiegare al taxista dove vogliamo andare: abbiamo scordato la prima regola fondamentale per chi viaggia in Cina, munirsi di indirizzo scritto in ideogrammi. Perciò ci ritroviamo prima in un altro albergo (il taxista ha capito che cercavamo un posto per dormire) e poi ancora in un hotel (Shigatsé Hotel) decisamente più chic, dove consumiamo una discreta cena a buffet per 50 Yuan (10 yuan = 1 € più o meno) insieme agli spagnoli e ai turkmeni.


(nella foto: uno dei fatali passi tra Tingri e Shigatse)


P.S. regalami qualche secondo qui

28 novembre 2007

C'era una volta il Tibet

Premessa

Questa storia, proprio come il blog su cui è nata “La turista smarrita”, ha avuto il suo inconsapevole inizio oltre sette anni fa. Con il viaggio di cui racconto in “Mustang lento”. Quelle prime pagine sono nate in rete, man mano che aggiornavo un’amica sulle mie vacanze. Via e-mail. È stata la prima volta che i miei diari di viaggio sono usciti dai miei taccuini. Per il momento non è stata l’ultima.
Nel frattempo qualcosa è successo a me. Non sono stata travolta da una crisi mistica buddhista, né illuminata dal Dalhai Lama, sono solo cambiata. E, forse, almeno un poco, ne sono responsabili anche i miei viaggi.
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