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27 settembre 2011

Ancora 19 agosto 2011 - Ancora Vilankulos. Africa. E il senso del tempo (Ricordo di viaggio numero 3)

Perché mi piace tanto l’Africa? Che sia perché gli africani ridono un sacco? In ogni caso l’Africa è magistra vitae.

E dà il senso del tempo. “Pole pole”, per esempio, l’equivalente swahili del malgascio “mura mura”, piano. Come dire che c’è tempo per tutto, tranquilli.

Ed è vero, almeno in Africa. Il tempo scorre diversamente. Forse perché nessuno se ne occupa e, tanto meno, se ne preoccupa. Il tempo è una delle poche cose di cui in Africa tutti sono ricchi, del resto.

***

Sui nostri biglietti Tco c’è scritto 20.50. Strano, appena due giorni fa l’autobus Beira-Maputo ci ha lasciato sulla strada, a 20 km da Vilankulos, alle 22.20 (con soli venti minuti di ritardo sull’orario previsto, dunque pressoché perfetto).
Ma sul biglietto Vilankulos-Beira sta scritto 20.50.
C’è scritto anche altro: presentarsi al check-in un’ora prima, alle 19.50. Ma quale check-in? Non c’è nessuna stazione a Vilankulos, l’autobus accosta appena dopo l’incrocio tra la nazionale 1 e la strada che porta al villaggio, davanti a una breve linea di capanne.

*** 

La mano pietosa della signora che ci ha venduto i biglietti ha segnato a penna “ore 20”, forse per risparmiarci dieci minuti d’attesa.
Qualcun altro, però, pensa magari che meritiamo una lezione sul tempo e, quando la proprietaria del nostro albergo chiama per informarsi dell’orario, sostiene che il bus Tco passerà alle otto e che noi dovremo essere alla fermata già alle sette e mezza.
È a quell’ora, infatti, che il taxi ci deposita davanti a una capanna. Il taxista spiega per noi alla signora che si scalda a un piccolo fuoco che siamo lì per l’autobus.
La signora non sembra sorpresa, pare al contrario fidare nel fatto che il venerdì - oggi - e il sabato l’autobus passi prima.

***

Mentre culla un bambino piccolissimo ci invita a sedere su una panca davanti al fuoco. La mamma del bambino, intanto, prepara la cena all’interno della capanna. Nient’altro.

Il piccolo viene messo a letto. Le due signore cenano sedute sulle sedie di fronte a noi, una ragazza viene a sua volta a prendere un piatto di riso e pollo. Nient’altro.

Il bimbo piange. La mamma rientra ad allattarlo e finisce per addormentarsi accanto a lui. La signora più anziana sposta qualche legnetto per dare vigore al fuoco. Poi si assopisce. Nient’altro.

Cinquanta metri più in là, intanto, si ferma qualche camion. La ragazza del pollo viene a comprare dalla nostra ospite un paio di confezioni in polistirolo che serviranno da gamelle ai camionisti. I ragazzi della baracca accanto ridono nel buio. Nient’altro.

Un signore si ferma a chiacchierare. Si siede davanti al fuoco che rintuzza a sua volta. Lo incuriosiamo: vuole sapere dove andiamo, da dove veniamo, etc. E riprende il cammino. Nient’altro.

A parte i fuochi (e qualche lampada a petrolio nelle capanne), è buio pesto. Infatti non ho mai visto un cielo così pieno di stelle in vita mia: il più africano tra tutti i cieli d’Africa. Eppure, anche in questo nero, c’è gente che cammina. Ci sono pure ragazzini che giocano. E la ragazza del pollo che torna ancora e ancora a svegliare la nostra ospite e a comprarle due birre per i suoi clienti. Al terzo viaggio anche lei prende coraggio e si informa sul conto nostro. Ride. Ridiamo. Di niente proprio, ma ridiamo. Nient’altro.

***

Ma il tempo passa. Tra braci che si spostano da una capanna all’altra per accendere un nuovo fuoco, camion che si arrestano e poi ripartono, stelle e nero, risa e un paio di ubriachi che tutti prendono bonariamente in giro e nel contempo tengono alla larga. Grande lezione di vita: oggi ho imparato il tempo dell’attesa.

E alle 22.15, per premiarmi, il Tco arriva.


(nella foto: resti di barca a Bengueira)

12 settembre 2011

3-5 agosto 2011 - Pemba - Sospesi

La vacanza non decolla. Noi un po’ di più. In quattro giorni di Mozambico abbiamo già acquistato due voli, Maputo-Pemba - fatto - e Pemba-Napula, per il 10 agosto, e organizzato il trasferimento e l’alloggio alle Quirimbas - più precisamente a Ibo, l’unica tra le isole dove sia possibile pernottare a prezzi congrui per i comuni mortali. Insomma, finora s’è organizzato parecchio e goduto poco. Forse è sempre così, non so. Forse è solo che invecchiamo. Comunque a Pemba abbiamo, as usual, il nostro quartier generale: è Mar e Sol, un po’ più sfigato del vicino Pemba Dolphin, ma molto, molto rilassato. Sarà che la patronne è un’africana e che anche la maggior parte dei frequentatori sono neri, ma mi sento più a mio agio qui che sotto gli occhi del padrone bianco del Dolphin, dove abbiamo cenato comunque ieri sera, e dove, probabilmente, passeremo l’intera giornata domani.
Ancora non un solo bagno. Di mattina, a marea bassa, il mare non invita. Spuntano le alghe, i pescatori lavorano, in acqua non c’è un bagnante. E alle 4, come ora, quando l’acqua prende uno splendido colore azzurro-argento, la marea è alta, le alghe scomparse, la sabbia perfettamente bianca, la spiaggia è al suo meglio e tutti sono in mare, ho un po’ troppo freddo per gettarmi. Ancora questione d’età, probabilmente. Domani, lo farò domani: in un’intera giornata di spiaggia non potrò evitare l’acqua, immagino.
Che altro? Il Residencial Reggio Emilia è leggermente meno ospitale di come descritto dalle guide. Di Carlo Fornaciari non c’è ombra. La signorina che ci accoglie, Isadora, è la figlia (adottiva o giù di lì), che a sua volta ha un piccolo. E, suppongo, la bella signora nera elegante sia la moglie di Carlo e la madre di Isadora. Ma sono solo supposizioni, appunto, in realtà non si chiacchiera. Comunque il posto non è male, anche se un po’ eccentrico (nel senso “non proprio in centro”).
Le due del Kazkazini, invece, saranno pure la migliore agenzia di viaggi del Mozambico, ma sono parecchio odiose. E, per giunta, ci hanno tolto, a torto, qualsiasi illusione sulle possibilità di andare al lago Niassa (per due pezzenti come noi, almeno, sembra sottintendere Claer).


(nella foto: la spiaggia di Wimbe, a Pemba)

06 settembre 2011

2 agosto 2011 - Maputo - Prime impressioni

Malgrado l’indiscutibile fascino che l’Africa esercita sempre su di me, città comprese, non riesco davvero a capire dove risieda lo charme di Maputo (ma ho tempo per cambiare idea e, più tardi, la muterò, infatti). Vero è che il “Petit futé”, che la definisce “una delle più belle capitali del continente nero, se non la più bella”, sostiene che bisogna vederla dal mare. O, almeno, dall’alto. E vero pure che a noi, nel solo giorno trascorso in città, non è riuscita né l’una né l’altra cosa. Per di più l’abbiamo affrontata nel peggiore dei modi, andando in cerca di un’agenzia di viaggi dove acquistare il biglietto aereo per Pemba e percorrendo dunque a piedi un mucchio di strade in una parte ininteressante della città.
Così, quando un taxi ci conduce nella Baixa, la città vecchia, non siamo forse nella migliore disposizione d’animo. In ogni modo la cattedrale è ininteressante, il centro culturale franco-mozambicano figo e fighetto, il porto mercantile. Invece la stazione (nella foto, l'ingresso) è bellissima, mentre la Feira Popular, dove pranziamo, una delusione. Per questo decidiamo di andare a cena sulla Costa do Sol, nell’omonimo ristorante, caldeggiato da entrambe le guide. Denise, la patronne della nostra lussuosa guest house, tuttavia, ci consiglia il MarNaBrasa, che ha aperto a dicembre. Ma, ahinoi, da quello la spiaggia non si vede. Dunque chissà: il giudizio è sospeso.

05 settembre 2011

Pole Pole

31 luglio - 1° agosto 2011 - Spazio aereo

Johannesburg decidiamo di evitarcela. La guida ci ha chiesto 90 $ a testa per un giro di tre ore. E, da quanto ci ha descritto, non ci sembra che valga la pena.
Così finiamo per conoscere l’aeroporto O. R. Timbo come fosse casa nostra: vaghiamo tra il terminal A e il B dalle 11 di mattina fin dopo le 14, quando finalmente riusciamo a fare il check-in per Maputo. Viaggiamo con Lam, Linhas Aéreas de Moçambique, su un piccolo aereo da 29 posti. Perfetto contrappasso al gigantesco A380 (nella foto) sul quale ci siamo imbarcati ieri sera a Parigi.
La partenza, inizialmente prevista per le 16.55, è già stata ritardata: il nuovo orario di decollo è 17.35 e l’imbarco inizierà alle 17.15. Il che ci lascia largamente il tempo di esplorare anche il duty-free dell’O. R. Timbo.
Umore pessimo. Nuvole nere. Il fatto che l’aereo non parta affatto alle 17.35, visto che alle 18.55 ancora non si sa quale sia “il problema tecnico” che ci tiene a terra, non migliora le cose. L’indiano al banco non sa più cosa raccontarci e attorno alle sette comincia a ventilare la possibilità che ci tocchi restare a Johannesburg fino a domattina. Dev’essere lui che porta sfiga, però: poco dopo che si è allontanato, insieme ai suoi due compari, e ha lasciato il banco alle due hostess di terra della Lam, una delle due ragazze risponde a una chiamata con un “Alleluiah” e noi tutti capiamo che si parte.
Arriviamo a Maputo attorno alle nove. Le fotografie per il visto non servono, hanno un sistema incredibile, superelettronico e le foto te le fanno loro.
Il taxista è, come previsto, ad attenderci (è lì dalle sei) e, per fortuna, la Mozaïka Guest House è una delizia (beh, da 120 € a notte, ci mancherebbe altro). Però il letto è una favola ed è tutto quello di cui abbiamo bisogno.
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