Visualizzazione post con etichetta aeroporti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aeroporti. Mostra tutti i post

05 settembre 2011

Pole Pole

31 luglio - 1° agosto 2011 - Spazio aereo

Johannesburg decidiamo di evitarcela. La guida ci ha chiesto 90 $ a testa per un giro di tre ore. E, da quanto ci ha descritto, non ci sembra che valga la pena.
Così finiamo per conoscere l’aeroporto O. R. Timbo come fosse casa nostra: vaghiamo tra il terminal A e il B dalle 11 di mattina fin dopo le 14, quando finalmente riusciamo a fare il check-in per Maputo. Viaggiamo con Lam, Linhas Aéreas de Moçambique, su un piccolo aereo da 29 posti. Perfetto contrappasso al gigantesco A380 (nella foto) sul quale ci siamo imbarcati ieri sera a Parigi.
La partenza, inizialmente prevista per le 16.55, è già stata ritardata: il nuovo orario di decollo è 17.35 e l’imbarco inizierà alle 17.15. Il che ci lascia largamente il tempo di esplorare anche il duty-free dell’O. R. Timbo.
Umore pessimo. Nuvole nere. Il fatto che l’aereo non parta affatto alle 17.35, visto che alle 18.55 ancora non si sa quale sia “il problema tecnico” che ci tiene a terra, non migliora le cose. L’indiano al banco non sa più cosa raccontarci e attorno alle sette comincia a ventilare la possibilità che ci tocchi restare a Johannesburg fino a domattina. Dev’essere lui che porta sfiga, però: poco dopo che si è allontanato, insieme ai suoi due compari, e ha lasciato il banco alle due hostess di terra della Lam, una delle due ragazze risponde a una chiamata con un “Alleluiah” e noi tutti capiamo che si parte.
Arriviamo a Maputo attorno alle nove. Le fotografie per il visto non servono, hanno un sistema incredibile, superelettronico e le foto te le fanno loro.
Il taxista è, come previsto, ad attenderci (è lì dalle sei) e, per fortuna, la Mozaïka Guest House è una delizia (beh, da 120 € a notte, ci mancherebbe altro). Però il letto è una favola ed è tutto quello di cui abbiamo bisogno.

02 settembre 2009

Africa Blues

5 agosto 2009 - Cotonou. Bonne arrivée (Ricordo di viaggio numero 5)

La quantità di gente è inverosimile. Molta, molta, molta più che alla partenza da Parigi. Come se durante il viaggio ci fossimo miracolosamente moltiplicati. Certo, ci sono i facchini, con le loro bluse blu, sovrani dei carrelli, di cui ti spiegano l’apparentemente incomprensibile gerarchia: “no, questi no, questi sono miei. Quelli disponibili per il pubblico sono là”. Impossibile sapere se è vero o no, ma che importa? I nastri girano ma di bagagli non c’è traccia, abbiamo tutto il tempo di andare a cercare i carrelli dove vi pare, signori.
Impadronitami dell'agognato aiuto al trasporto, mi accorgo che i facchini sono re anche dei nastri: la maggior parte dei beninois si limita a indicare il proprio bagaglio, poi è l’uomo di fatica a trasbordare questi immensi pacchi fino ai carrelli.
Facchini, sovrani, re e pure Atlanti, trasportano sulle spalle il mondo che i loro connazionali si portano appresso. Almeno fino al primo carrello.
Oltre ai passeggeri e ai facchini sono i parenti che sono riusciti a intrufolarsi nella sala ad aumentare la ressa. Così il traffico è densissimo, ogni volta che un carrello oberato di bagagli deve uscire seguito dalla corte di facchini e proprietari che gli spetta, sul resto delle persone in attesa cala il compito di eseguire piccole grandi manovre: come negli ingorghi stradali di cui parla Ryszard Kapuscinski in “Ebano”, si guadagna un centimetro a destra, ora due avanti, mezzo a sinistra, ah, no, uno indietro, ma, ecco, quattro, cinque, sei in avanti, tu spostati, ci siamo, abbiamo raggiunto l’ufficiale che controlla che il talloncino di ricevuta del tuo bagaglio corrisponda esattamente al bagaglio stesso.
Cotonou, Benin, Africa, dove quasi tutto il personale porta una mascherina anti-influenza, è il primo aeroporto al mondo cui assisto a un simile controllo nella mia vita.

I bambini, intanto, giocano tra i carrelli, i bagagli e le gambe degli adulti; a differenza di quanto accadrebbe in Europa, quasi nessuno frigna o strepita: vivono e aspettano. Come tutti noi. E il luogo dove ci troviamo ora sembra valere un qualsiasi altro.

Si attende così a lungo che perdo qualsiasi cognizione del tempo. Infine accade: siamo liberi. E tra poco, ormai ne sono certa, questo caos primigenio si spegnerà: da un disordine inimmaginabile si è comunque formato un ordine e la maggior parte degli ex passeggeri sta ormai viaggiando, come noi, verso l’albergo o chissà che altro.
Anche questa è Africa: benvenuti. Anzi, come si dice da queste parti: Bonne Arrivée.
Licence Creative Commons
Ce(tte) œuvre est mise à disposition selon les termes de la Licence Creative Commons Attribution - Pas d’Utilisation Commerciale - Pas de Modification 3.0 non transposé. Paperblog